Un avatar per mettere a tacere le voci della schizofrenia

Dalla religione alla realtà virtuale, dall’utilizzo di immagini per distinguere la propria identità in community e forum online al noto omonimo successo cinematografico del 2009, l’avatar è diventato un vero e proprio strumento che potrà essere utilizzato per la cura della schizofrenia.

Secondo la tradizione induista, l’avatar sarebbe l’incarnazione della divinità in terra, che utilizza il corpo di uno o più esseri umani per manifestarsi ai propri fedeli. In questo senso, particolare fama hanno assunto gli innumerevoli avatar di Visnù, fra i quali si distinguono Krishna e Rama. Per affinità al concetto di rappresentazione della propria identità mediante l’utilizzo di un’altra immagine, il termine avatar è stato presto adottato dalla comunità Internet per indicare l’icona di profilo nell’utilizzo di forum e social network. Infine, la popolarità massima del termine è stata raggiunta negli ultimi anni con la produzione del film 3D Avatar che ha registrato record di incassi in tutto il mondo.

Da oggi, saranno anche gli psichiatri a familiarizzare con questo termine. Il finanziamento di due miilioni di dollari da parte di Wellcome Trust, fondazione mondiale dedicata al miglioramento della salute umana ed animale, potrebbe aiutare un recente studio a dimostrare come l’utilizzo del principio sul quale si basa la creazione di un avatar possa essere determinante nella cura di forme schizofreniche anche molto gravi. L’idea che sta alla base della ricerca è quella di utilizzare un personaggio virtuale (l’avatar, appunto) come surrogato delle “voci” che i pazienti schizofrenici sono soliti affermare di sentire. Identificando queste voci con un’immagine ben definita, secondo gli studiosi sarebbe possibile che le persone affette da disagio schizofrenico riescano a circostanziare e oggettivare il problema mediante una rielaborazione dell’icona di riferimento che diventa sempre più gestibile da parte della loro psiche.

Secondo recenti statistiche, ben una persona su cento sarebbe affetta da disturbo schizofrenico e un quarto del totale non si sottoporrebbe all’utilizzo di psicofarmaci per attenuare gli effetti della malattia. L’avatar-terapia ha ridotto notevolmente in frequenza e intensità le allucinazioni uditive dei pazienti presi in esame durante la ricerca e ben tre di questi avrebbero smesso completamente di essere soggetti a questo tipo di disturbo.

Lo studio è stato condotto da Julian Leff, professore emerito presso la UCL (University College London) e i risultati sono stati pubblicati nel British Journal of Psychiatry lo scorso febbraio. Nel dettaglio, la cura consiste nell’utilizzo di un software basato sulla tecnologia del videogioco che consentirebbe di ricostruire in 3D i personaggi descritti dai pazienti dando così loro la possibilità di dare un volto, oltre che una voce, ai loro “aguzzini” immaginari. Durante l’esecuzione della terapia, i soggetti sono stati registrati in modo che potessero riascoltare successivamente gli audio della seduta e ricordarsi i benefici che aveva apportato loro la pratica di questo esercizio. Tuttavia, in molti sono stati più volte invitati anche in maniera minacciosa dalle proprie “voci” a interrompere immediatamente la cura. Ogni seduta era della durata di 30 minuti; i pazienti presi in esame avevano tutti un’età compresa fra i 14 e i 74 anni e non avevano fatto uso di psicofarmaci.

Secondo quanto riportato da Leff, l’avatar-terapia avrebbe riscosso il doppio del successo dell’altro metodo “naturale” per la cura della schizofrenia, la terapia cognitivo-comportamentale. Tuttavia sono stati riscontrati anche insuccessi, come nel caso di pazienti affetti da più di una allucinazione; le numerose voci si sarebbero infatti sovrapposte a quella “incarnatasi” nell’avatar, vanificando i risultati raggiunti. Un effetto positivo della cura mediante avatar è sicuramente quello della diminuzione del rischio di suicidio, che per i pazienti schizofrenici raggiunge addirittura il 10% di probabilità.

Lo studio pilota è stato finanziato dal National Institute of Health Research (l’Istituto Nazionale di Ricerca Medica) e la ricerca supportata da Wellcome interesserà pazienti in Gran Bretagna, Austria e Italia.

Contenuto redatto dal team di Dottori.it

Autismo: nuove possibilità terapeutiche in campo farmacologico. 2° parte

Come si manifesta?
I sintomi coinvolgono l’interazione sociale, la comunicazione verbale e non. Inoltre tali sintomi possono essere accompagnati da una forma di ritardo mentale e da epilessia.
Durante i primi mesi di vita i bambini affetti da Autismo manifestano sguardo assente, insofferenza al contatto fisico, tendenza all’isolamento e comportamenti apatici.
Anche se in alcuni casi possono comparire atteggiamenti opposti: i bambini cercano il contatto fisico con la forza e possono baciare persone del tutto estranee. Questi disturbi col passare del tempo si accentuano.

Disturbi della comunicazione: in quest’ambito i disturbi possono essere svariati, possono manifestarsi sotto forma di mutismo non compensato da altre forme di comunicazione non verbale (mimica e sguardo assenti o espressioni improprie). Alcuni bambini autistici invece di rispondere alle domande ripetono quest’ultime oppure esprimono stereotipie verbali o fuori contesto. In alcuni casi (rari) può manifestarsi l’incapacità di comprendere metafore, doppi sensi, espressioni dialettali ecc.

Disturbi del comportamento: molto frequenti comportamenti atipici e non aderenti al contesto. osservarsi le mani, fare sempre gli stessi disegni, leccare, fare gesti ripetitivi. Atteggiamenti ossessivi come se fossero alla ricerca dell’immutabilità.
Rituali che seguono sempre la stessa sequenza ( lo stesso percorso per tornare a casa ecc) o sistemare oggetti secondo un ordine maniacale. Manifestano attaccamento morboso verso alcuni oggetti. Un cambiamento nelle loro attività spesso suscita aggressività sia nei confronti di se stessi che degli altri.

Altri sintomi : il soggetto autistico risponde in maniera anomala a stimoli visivi, uditivi o tattili perché considerati attacchi.
Sono soggetti iperattivi o autoaggressivi. Sono in grado di fare calcoli complessi e di ricordare date o intere opere.
Il ritardo mentale e l’epilessia: l’epilessia è presente in circa il 40 % dei soggetti autistici e il ritardo mentale compare nel 75 % dei casi. Questo è motivo di discussione fra alcuni studiosi, ci si chiede se alcuni disturbi siano più attribuibili all’Autismo o al ritardo.

POSSIBILITA’ TERAPEUTICHE
In passato l’Autismo veniva considerato un male senza speranza, oggi esso è trattabile, l’importante è agire tempestivamente.
Oltre alle varie terapie (cognitiva, comportamentale e tante altre) scelte e utilizzate in rapporto al soggetto e al suo quadro clinico, si sta facendo strada sul piano farmacologico una nuova possibilità.

Sull’utilizzo o meno di farmaci le opinioni sono sempre discordanti, tuttavia di recente si sta tentando questa strada per cercare di intervenire sui sintomi.
Uno studio della New York University pubblicato su Nature si è concentrato su una speciale proteina sintetizzata nel cervello che sarebbe responsabile della malattia.
In particolare i ricercatori hanno testato una molecola sperimentale in grado di inibire l’eccesso di tale proteina.

Una seconda strada consiste nell’uso del bumetadine (diuretico utilizzato per tenere sotto controllo l’ipertensione).
I ricercatori Yehezkel Ben-Ari ed Eric Lemonnier hanno ottenuto importanti risultati terapeutici, più di tre quarti dei pazienti trattati con queste sostanze hanno avuto un’importante miglioramento dei sintomi clinici.
I due ricercatori hanno deposto un’autorizzazione per la realizzazione di uno studio clinico su una scala ampia. In futuro si potrebbe commercializzare il bumetadine per il trattamento dell’Autismo.

Purtroppo finché non si giungerà alla comprensione delle reali cause di questa complicata malattia la remissione totale non sarà possibile ma la medicina compie sempre importanti progressi e speriamo riesca presto a sconfiggere questa patologia, considerata da sempre un male incurabile.

Autismo: nuove possibilità terapeutiche in campo farmacologico. 1° parte

L’autismo è una patologia, piuttosto grave, che rientra nel quadro di quelli che vengono definiti Disturbi Generalizzati dello Sviluppo. Quando si presenta, il disturbo esordisce durante quella che viene definita prima infanzia, cioè quel periodo che comprende i primi tre anni di vita del bambino.

Colpisce un bambino ogni 110, quasi sempre di sesso maschile.
Il termine Autismo compare per la prima volta grazie allo studio di un’illustre psichiatra svizzero, Eugen Bleuler (1911), il quale lo descrive come sintomo di una malattia importante quale la schizofrenia.

Più tardi, esattamente nel 1943, un pedopsichiatra statunitense, Leo Kanner, descrive l’Autismo come disturbo a sé stante, caratterizzato da una specifica sintomatologia ma anche da un’eziologia non chiara: egli ritiene che i soggetti autistici non presentino danni di natura organica vera e propria ma spesso soffrano di altre patologie che possono compromettere la funzionalità del sistema nervoso centrale (epilessia, sindrome di Down, rosolia congenita ecc).
Oggi sappiamo che alla base del disturbo vi è un’alterazione del DNA e che nello stesso ceppo famigliare, le probabilità di avere un secondo figlio autistico risultano 20 volte maggiore rispetto alle famiglie di controllo.

Studi scientifici dimostrano che l’uso di alcune sostanze usate in gravidanza, quali l’acido valproico e di talidomide, favoriscono l’insorgenza di una predisposizione all’Autismo.
Mentre per quanto riguarda l’influenza di alcune vaccinazioni, essa non è finora stata dimostrata empiricamente.

Qualche anno fa, un’interessante ricerca è stata pubblicata sul “Journal of Autism and Developmental Disorders”, la quale attribuirebbe all’Autismo caratteristiche prettamente neurologiche.

La ricerca è stata condotta da Francesca Benassi del centro studi in neuroriabilitazione CNAPP e da Leonardo Emberti Gialloreti dell’Università di Roma, i quali partendo dal presupposto già convalidato, che non sono le aree cerebrali ad esser danneggiate quanto le loro connessioni, ritengono che d’ora in poi sarà possibile valutare di volta in volta gli effetti terapeutici sull’Autismo, esaminando le connessioni cerebrali, ciò è stato scoperto utilizzando una risonanza magnetica di ultima generazione ( dotata della tecnica dti).

Il Prof. Benassi ritiene che la causa dellAutismo sia di natura multigenetica ovvero comporti il coinvolgimento di diversi geni. Egli infatti, parla di Autismi e non di Autismo. Ma la condizione comune, secondo il Professore, sarebbe la condizione di eccessivo sviluppo del cervello, il quale come accade in tutti noi cercherebbe di riassestarsi potando le connessioni in eccesso, ma nel caso dell’autismo ne taglierebbe troppe e importanti.

Questo, secondo Benassi, spiegherebbe le potenti capacità mnemoniche di alcuni soggetti dovute alla conservazione di alcuni residui neuronali.

Continua…

Lavoro: come la visione che abbiamo degli altri può dire molto di noi

Forse vi sarà capitato almeno una volta nella vita, di non sopportare il collega con il quale siete costretti a lavorare e sempre più spesso vi siete ritrovati a pensare a come la vostra giornata avrebbe un inizio decisamente migliore al pensiero di poterla trascorrere con qualcuno che rispecchi, a immagine e somiglianza, il partner di lavoro ideale con il quale condividere lo stesso punto di vista e lo stesso impegno e dedizione per i compiti da svolgere insieme. Non sempre però le immagini che evochiamo nella nostra mente disegnano un quadro armonico del collega perfetto, a volte, pur sforzandoci, non siamo in grado di figurarci un ipotetico partner di lavoro che sia corretto, leale e motivato e, dando sfogo al nostro peggior lato pessimistico, non possiamo far altro che impedire alla nostra fantasia di creare un’immagine positiva di questo fantomatico collega.

Dovete ora sapere che queste ipotetiche congetture dicono molto dei nostri lati caratteriali e del grado di impegno e motivazione che riversiamo nel nostro lavoro e nella vita in generale.

All’Università di Lincoln nel Nebraska, alcuni ricercatori hanno condotto uno studio per valutare la visione che le persone hanno di se stesse e del luogo in cui lavorano, chiedendo loro di immaginare un potenziale collega e di descriverlo nei tratti caratteriali come se lo conoscessero realmente.

Peter Harms, assistente e ricercatore dell’Università statunitense, affermò che i risultati emersi mostravano che il tipo di percezione che il campione intervistato aveva degli altri (pur trattandosi di “personaggi immaginari”), diceva molto sulla personalità dei partecipanti stessi.

Fantasticare su probabili partner di lavoro invece che limitarsi a riportare semplicemente l’idea che si ha di quelli reali ed attuali, produce indici più accurati sulla nostra effettiva visone del mondo. Questo esperimento permette di avere una maggiore consapevolezza dei nostri pregiudizi ed errori percettivi, di come interpretiamo gli eventi e delle aspettative che nutriamo nei confronti degli altri.

Il campione preso in considerazione per lo studio comprendeva all’incirca un centinaio di lavoratori provenienti da diversi campi e la ricerca mirava a valutare il “capitale psicologico” dei partecipanti e i tratti caratteriali associati alla loro capacità di superare gli ostacoli e al tipo di impegno profuso nel perseguire attivamente i propri obbiettivi.

Dopo aver sollecitato i presenti ad immaginare dei probabili partner di lavoro in una sequela di ipotetiche situazioni, fu chiesto loro di stilare una classifica sulle persone fantasticate basandosi su una ampia gamma di caratteristiche. E’ emerso dallo studio che gli individui che avevano immaginato colleghi impegnati in comportamenti proattivi e pronti a riprendersi con facilità dai fallimenti, erano persone effettivamente più felici e più produttive all’interno del loro ambiente lavorativo.

Le persone sono solitamente riluttanti e non perfettamente in grado di dare una valutazione accurata di se stessi ma grazie a questo studio e all’uso di una narrazione proiettiva, si sono potuti evidenziare e riconoscere i benefici che possono derivare dall’avere un atteggiamento mentale positivo nei confronti degli altri.

Le relazioni che instauriamo nei luoghi di lavoro possono influire sulla percezione che abbiamo di noi stessi ed agevolare o meno la motivazione necessaria per ottenere dei risultati soddisfacenti. Se il nostro capo ci considera incompetenti e svogliati, il suo atteggiamento finirà con il favorire in noi esattamente quei pattern negativi di comportamento da lui prefigurati. Risulta quindi un compito arduo, essere motivati ed entusiasti per qualcuno che non ha una buona opinione di noi mentre, al contrario, la maggior parte delle persone sono ben propense a dare il meglio di sé quando lavorano a fianco di qualcuno che realmente crede in loro, stimolando il desiderio di non deludere chi ha riposto in loro fiducia.

Fonte:

University of Nebraska-Lincoln (2012, January 19). Imagine that: How you envision others says a lot about you in real life. ScienceDaily.

Rilassamento Muscolare Progressivo: cos’è e quali sono i benefici

Spesso abbiamo sentito parlare di training autogeno, yoga e quant’altro. Poco abbiamo sentito parlare di un altro training, che a mio parere si rivela piuttosto versatile: il Training di Rilassamento Muscolare Progressivo di Jacobson. La tecnica, messa a punto nel lontano ‘62, si rivela tutt’altro che antica ai nostri giorni, nonostante sia stata notevolmente abbreviata per motivi di praticità.

Possiamo definire il rilassamento muscolare progressivo un addestramento avente come obiettivo quello di ridurre la tensione muscolare e altre manifestazioni somatiche che accompagnano l’ansia. Tutto il training si basa sull’alternanza della contrazione/rilasciamento di tutti i distretti muscolari al fine di ottenere un rilassamento globale che interessi tutto il corpo.

L’attenzione viene posta in particolar modo sui momenti di decontrazione allo scopo di distinguere gli stati di tensione presenti nelle nostre vite quotidiane e di cui generalmente non siamo consapevoli.

Ai giorni nostri si può ritrovare piuttosto facilmente all’interno di un percorso psicoterapeutico cognitivo- comportamentale come tecnica integrativa per la gestione dell’ansia [spesso ansia e tensione muscolare si presentano insieme!], ma può essere utilizzata anche per problematiche più circoscritte che possono essere svincolate da problemi di ansia:

  • Tensione generale molto elevata che esacerba stati somatici spiacevoli [es. insonnia, emicrania, attacchi di vomito, inappetenza ecc.]
  • Momenti di stress elevato [es. problemi al lavoro, difficoltà economiche, lavorative, familiari, affettive], nei quali si accusano spesso giramenti di testa, deconcentrazione e scarsa capacità lavorativa, affaticamento, difficoltà di addormentamento, sonni agitati ecc.

E’ una tecnica che può essere eseguita in qualsiasi luogo, quindi di facile praticabilità; nella fase iniziale è necessario apprendere la tecnica da un trainer, in seguito sarà possibile eseguirla in totale autonomia.

  • Le condizioni in cui si attua il rilassamento vengono volutamente lasciate il più vicino possibile alle normali condizioni di vita: l’obiettivo è quello di rilassarsi nel corso della nostra normale esistenza quotidiana, anche quando non vi sono condizioni particolarmente favorevoli.
  • Inizialmente si pratica il rilassamento in posizione sdraiata e supina, quando si è abbastanza addestrati, si può utilizzare anche la posizione seduta.
  • Il rilassamento progressivo non presenta alcuna controindicazione e può essere appresa praticamente ad ogni età.
  • E’ importante mantenere l’allenamento tramite gli esercizi a casa: esercitarsi almeno una volta al giorno, per i primi tempi.

Il training di rilassamento muscolare progressivo risulterà utile anche nell’ambito sportivo sotto diversi aspetti:

  • abbassa la tensione pre-agonistica favorendo il sonno, il rilassamento sia fisico che psichico
  • favorisce il recupero rapido dalla fatica – Molti atleti si servono delle tecniche di rilassamento come sistema per non continuare a restare agganciati alla prestazione appena conclusa
  • determina una condizione di benessere – L’atleta impara ad ottenere una condizione di benessere prima dell’inizio di ogni allenamento, allo scopo di allontanare la mente dalle esperienze immediatamente precedenti e di creare una condizione di benessere che metterà l’atleta nella situazione di allenarsi efficacemente.

La motivazione al cambiamento negli offendere. 2° parte

Percepire delle minacce alla propria libertà di scelta, causa la messa in atto di azioni, spesso viste come sfide, utili a riaffermare li proprio libero arbitrio, con la conseguenza di ridurre la probabilità al cambiamento; fenomeno questo noto come “reactance, reattanza psicologica (Brehm e Brehm 1981).

Coloro disposti ad attuare un cambiamento che ritengono necessario ed importante, possono tuttavia essere ostacolati se percepiscono di non avere le capacità per attuarlo.

In psicologia, la fiducia nelle proprie abilità nello svolgere un compito specifico è definito “auto-efficacia” (self-efficacy) e risulta essere un buon predittore del cambiamento.

La prospettiva che propongono gli autori è di considerare la motivazione al cambiamento come fattore derivante dalle interazioni e dalle relazioni sociali. La motivazione non viene vista come un fenomeno statico ma come qualcosa di dinamico e variabile nel corso del tempo. La probabilità che una persona si impegni al cambiamento o nel mettere in atto una particolare azione, può essere influenzata da una serie di fattori interpersonali. Nei contesti correzionali per esempio, potrebbe essere l’imposizione di sanzioni da parte del giudice o da altri agenti dell’organo giurisdizionale

Un ruolo importante viene quindi assunto dagli stili di interazione interpersonale. Nel corso degli anni i programmi di trattamento che facevano affidamento ad uno stile di consulenza di tipo provocatorio, sfidando l’individuo ogni volta che esso negava il problema e sottolineando ripetutamente i suoi comportamenti negativi, hanno lasciato il posto a programmi associati ad uno stile di tipo empatico e all’ascolto riflessivo. E’ stato dimostrato che gli attacchi verbali rivolti agli offenders li spingevano a proteggere l’immagine che avevano di sé attraverso la resistenza e il dissenso. Le decisioni del cliente sono inoltre influenzate dal modo in cui risponde il consulente e dalla sua capacità di interagire con lui.

Esistono persone pronte a cambiare e persone che non lo sono, la stragrande maggioranza, tuttavia, giacciono da qualche parte nel mezzo. Questi individui vengono definiti ambivalenti, oscillano tra il cambiamento e lo status quo. Se si propende per un tesi piuttosto che per l’altra, questi pazienti tenderanno a difendere la parte opposta a quella sostenuta dal terapeuta. Si tratta di una risposta quasi automatica. Il cliente ambivalente tende a sostenere con più forza di non avere la necessità di un cambiamento.

Come espresso sopra, un compito importante nel lavoro con gli offenders è quello di passare da una motivazione estrinseca ad una intrinseca. Il terapeuta ha l’opportunità di favorire un cambiamento stabile esplorando la motivazione intrinseca del paziente a voler cambiare. Maggiori saranno le ragioni intrinseche, maggiori saranno le probabilità di ottenere un cambiamento durevole.

La comunicazione verbale assume un ruolo importante in questa fase del trattamento.

Secondo gli autori, il paziente dovrebbe condurre la discussione, mentre il terapeuta con molta cautela, dovrebbe evitare di suscitare e rafforzare la resistenza sapendo che essa è associata ad una mancanza di cambiamento.

Non è insolito percepire gli offenders con un indole diversa dalla gente comune; sembra che essi abbiano bisogno di comportarsi diversamente e che non siano in grado di rispondere agli ordinari principi della natura umana. Aggressioni e tattiche polemiche, eticamente inaccettabili da gestire per la maggior parte dei trattamenti medici e psicologici, devono essere a volte considerate come necessarie per “passare attraverso” gli offenders, essendo queste, l’unico linguaggio che riescono a comprendere. Gli approcci che inducono alla vergogna e a mettersi ripetutamente in discussione, tendono a diminuire la probabilità di cambiare, scatenando sia nel cliente che nel consulente un senso di frustrazione. La motivazione deve essere ricercata nel profondo del paziente, in modo tale che essa possa offrire una reale speranza e una nuova prospettiva di cambiamento.

Fonti:

López Viets, V., Walker, D.D., & Miller, W.R. (2002). What is motivation to change? A scientific analysis. In M. McMurran (Ed.). Motivating offenders to change. A guide to enhancing engagement in therapy (pp. 15-30). Chichester: John Wiley & Sons, LTD.

Brehm, S. S., & Brehm, J. W. (1981). Psychological Reactance: A Theory of Freedom and Control. Academic Press.

La motivazione al cambiamento negli offenders. 1°parte

Il lavoro in merito al cambiamento del comportamento degli offenders è una questione professionalmente molto stimolante ma altrettanto impegnativa. La recidiva, il totale    fallimento nel rispettare il trattamento e l’assenza di una reale motivazione al cambiamento stesso, portano spesso alla frustrazione sia chi delinque, sia il professionista che segue la terapia. La mancanza di aderenza al trattamento è solitamente attribuita ad una scarsa motivazione dell’individuo, ad una caratteristica o ad un problema irrisolvibile insito nella persona stessa. Limitarsi ad attendere che il paziente desideri cambiare, rischia di diventare professionalmente mortificante e poco efficace.

Gli studi effettuati fin’ora hanno dimostrato che esistono diversi modi per potenziare la motivazione intrinseca dei criminali e favorire il cambiamento.

Esiste una prospettiva motivazionale esposta da alcuni studiosi britannici che può essere applicata ad una vasta gamma di problemi apparentemente restii al cambiamento, compresa la dipendenza e i comportamenti antisociali.

Sono state riportate sei pietre angolari sulle quali si basa questa teoria:

la motivazione è modificabile: può essere aumentata o diminuita in base ai principi della natura umana;

la motivazione è questione di probabilità: ciò che può influenzare la motivazione sono interventi specifici che effettivamente possono aumentare o diminuire la probabilità di un azione;

la motivazione è un fenomeno interpersonale e si verifica all’interno dei rapporti umani;

la motivazione può dipendere dal corso d’azione: una persona può essere immotivata ad iniziare un tipo di trattamento ma più propensa ad intraprenderne un altro;

la motivazione è sia intrinseca che estrinseca: sebbene sia possibile costringere qualcuno a cambiare comportamento, la motivazione intrinseca porta senza dubbio a risultati più longevi e concreti;

la motivazione intrinseca al cambiamento si ottiene aiutando la persona a scoprirla dentro di sé piuttosto che imponendogliela.

 In Inghilterra quando un individuo è realmente motivato a fare qualcosa, si dice che egli è “pronto, disposto e in grado di farlo”. Ognuna di queste componenti motivazionali rappresenta una premessa importante per il cambiamento. Una persona può essere disposta ma non in grado di cambiare oppure può averne le capacità ma non essere interessata a metterle a frutto.Il cambiamento non si verifica improvvisamente ma gradualmente, sviluppandosi nel corso del tempo. La capacità di scegliere e di decidere includono la volontà dell’individuo.

La motivazione estrinseca deriva da fattori esterni come le pressioni sociali, i rinforzi e le punizioni. Uno dei problemi della motivazione estrinseca è che essa tende ad essere di breve durata.

Continua…

La motivazione intrinseca al contrario, nasce all’interno della persona ed è positivamente associata con gli interessi, la flessibilità, la spontaneità, e la creatività nel comportamento. Il cambiamento, quando intrinsecamente motivato, risulta più persistente anche in assenza di controlli esterni. Strettamente legato alla motivazione intrinseca è il concetto di autonomia. Quando una persona intraprende un’azione per libera scelta e con autodeterminazione è più probabile che si verifichi e che persista nel tempo. Avere la percezione che il proprio comportamento sia manipolato e controllato da altri, tende a pregiudicarne la durata anche se il comportamento iniziale era intrinsecamente motivato.

La biochimica dell’amore

Qualche giorno fa si è parlato di amore tormentato e oggi, vorrei riallacciarmi anch’io al discorso tirando in causa quelle pene d’amor perdute non sempre destinate a risolversi con un lieto fine. Facendo riferimento a quella che viene definita “biochimica dell’amore” viene da chiedersi che cosa succeda nel nostro cervello quando ci innamoriamo o ci struggiamo per qualcuno.

Il meccanismo molecolare che si innesca a livello cerebrale dipende da una piccola famiglia di sostanze chimiche chiamate ossitocina e dopamina.

L’ossitocina, ormone neurotrasmettitore del cervello emotivo, è coinvolta in numerosi aspetti del comportamento riproduttivo e parentale; una delle sue funzioni è la stimolazione alle contrazioni della muscolatura uterina e di conseguenza, aiuta ad accelerare il parto. Negli ultimi anni è emerso un nuovo aspetto della funzione di questo ormone e pare assodato che esso sia parte di un meccanismo che media sia l’appetito sessuale sia le risposte affettuose.

La dopamina invece, è una molecola prodotta in diverse parti del cervello che assolve il compito di controllare i movimenti, la memoria, il piacere e l’attenzione. La sua funzione come neurotrasmettitore è quella di inviare il segnale nervoso da una cellula ad un’altra.

Dopo questa breve premessa cerchiamo di capire, in chiave un po’ fiabesca, come queste due sostanze chimiche si scatenino nel nostro cervello quando incontriamo qualcuno in grado di scombussolare il nostro “equilibrio emotivo”.

Il cervello secerne ossitocina nei momenti cruciali dell’attaccamento ad un altro essere umano come quando una madre allatta il figlio o quando si abbraccia il partner; si tratta dell’ormone della tenerezza e appunto, dell’attaccamento.

Dovete sapere che esiste un topolino delle pianure il cui cervello è ricchissimo di recettori dell’ossitocina; il maschio si attacca alla femmina e le resta fedele per tutta la vita. Al contrario, il suo cugino delle montagne, il cui cervello non è così dotato di tali recettori, è un incallito traditore. Pare che privando il primo dei suoi recettori e inondando il secondo di questo ormone, i loro comportamenti si invertano.

La “tenera” ossitocina però non sempre agisce da sola ma a stravolgere la situazione ecco presentarsi come un uragano inaspettato, la temuta e poco affidabile dopamina, la quale si scatena a picchi ogni volta che proviamo una sensazione piacevole. Si tratta del percorso finale del processo di ricompensa che avviene nel nostro cervello e la sua secrezione è stimolata soprattutto dalla novità: è l’ormone del “sempre nuovo”, del desiderio di avere sempre di più.

All’inizio di una relazione, la scoperta del nuovo partner ci inonda di dopamina; il problema è che con il passare del tempo, i nostri recettori della dopamina si desensibilizzano poco alla volta e questa dovrebbe essere la ragione del perché, secondo alcuni studiosi, la passione amorosa scompare dopo i diciotto e i trentasei mesi di vita comune. A quel punto, se non è intervenuta la sensibile ossitocina a creare un attaccamento, la dopamina ci spinge nuovamente a ricercare la novità.

Si potrebbe dire che l’ossitocina è un ormone fedele, leale e rassicurante, ci fa provare il desiderio di proteggere l’altro e di renderlo felice mentre la dopamina, dal canto suo, è l’ormone della tentazione, quello che può spingere ad infrangere i legami, ad abusare di sostanze tossiche ma, allo stesso tempo, quello che ci induce a cercare la novità, a scoprire nuove strade, a creare cose nuove.

Sembra che le storie passionali, quelle che riescono a durare a lungo, possano esistere tra due persone che non hanno la possibilità di vedersi spesso, in quel caso ci vorrebbero anni prima di arrivare all’equivalente di diciotto o trentasei mesi di vita condivisa insieme.

L’amore passionale, a quanto pare, ci travolge come un fiume in piena nel quale si riversano impetuosi corsi d’acqua, ci appaga e ci fa star bene ma questo non toglie che spesso sia effimero, volubile e inspiegabile nella sua repentina mutevolezza.

Fonti:

Psicologia Biologica. Introduzione alle neuroscienze comportamentali, cognitive e 

cliniche. Rosenzweig, Leiman, Breedlove. Ambrosiana, Milano, 1998.

Hector et les secrets de l’amour. François Lelord. Casa Editrice Corbaccio, Milano, 2006.

Quando la sessualità diventa un disturbo. 2° parte

Poiché, come abbiamo accennato in precedenza, i disturbi sessuali iniziano a strutturarsi durante l’infanzia occorre considerare già in questa fase l’importanza di un’educazione alla sessualità, o meglio, allamore, poiché rappresenta uno dei più importanti “modellatori” della personalità.

I genitori dovrebbero evitare situazioni che nel bambino potrebbero disturbare la realizzazione della sessualità futura.
L’educazione sessuale deve mirare allo sviluppo della capacità di esprimersi, di vivere le emozioni e i rapporti in maniera autentica senza repressioni o tabù. Il bisogno di amore va vissuto in maniera naturale senza impedimenti di natura culturale, sessuofobica o psicopatologica.
Il perverso è spesso una persona che ha subito un trauma durante la fase infantile, trauma che ha determinato dei danni nella struttura della personalità che non sono mai stati affrontati in maniera conscia e perciò emergono sotto forma di perversioni.

Il trattamento delle parafilie è al quanto complesso soprattutto quando il soggetto ha già attivato processi difensivi che comportano una negazione della patologia. E’ necessaria un’ attenta diagnosi finalizzata anche ad escludere eventuali altri disturbi di personalità, ma è comunque un trattamento lungo e impegnativo, legato a quanto la persona sia disturbata ed a quanto desidera lavorare sul suo disturbo.

Un’eziologia precisa non è identificabile e questo rende ancora più difficile la cura.
Inoltre l’approccio e il metodo devono esser personalizzati anche in rapporto alla pericolosità del soggetto, prevedendo un’attenta e completa anamnesi delle dinamiche contestuali del paziente (contesto socio-ambientale in cui vive).

La terapia più frequentemente utilizzata nella cura delle parafilie è quella espressivosupportiva che richiede un lavoro sull’individuo, che lo condurrà verso un migliore funzionamento dell’ Io, ma questo intervento presenta dei limiti in quanto non ottiene buoni risultati sulle tendenze perverse, le quali possono risultare molto resistenti, anche perché difficilmente affrontate dai pazienti.
E’ importante che il terapeuta assuma un atteggiamento non punitivo, capace di comprendere il significato inconscio del sintomo e la sua funzione nella personalità.

In alcune situazioni la terapia può coinvolgere la coppia (quando il disturbo riflette le difficoltà emotivo-sessuali del rapporto coniugale), la famiglia (per esempio nei casi di pedofilia, quando si verifica un incesto), il gruppo (quando si tratta di voyeurismo o esibizionismo può esser utile il confronto con gli altri aggressori) e può prevedere l’ospedalizzazione o l’uso di farmaci antiandrogeni (ma i numerosi effetti collaterali fan si che essi vengano utilizzati di rado).

Un altro utile trattamento può essere quello cognitivocomportamentale che, come dice lo stesso nome, si serve della combinazione di due elementi:

aspetto comportamentale: stimola la comprensione e il miglioramento del rapporto tra le situazioni che scatenano il disagio e il comportamento che ne consegue, orientando così il paziente verso nuove possibilità di soluzione;

aspetto cognitivo: comporta una revisione degli schemi di interpretazione della realtà e di conseguenza una correzione più obiettiva della stessa. In questo modo il paziente impara a vivere meglio il rapporto con se stesso e il mondo esterno.

Come abbiamo sottolineato poc’anzi la maggiore difficoltà, nell’ ostacolare il processo verso la guarigione, è determinata dal fatto che le persone affette da parafilie non credono di avere un problema e di conseguenza non vogliono l’aiuto di figure esperte, per cui il primo passo verso la guarigione consiste nel prendere coscienza delle responsabilità delle proprie azioni e dei danni che esse provocano.
Una guarigione completa è difficile ma non impossibile.
Tuttavia un’adeguata e rigorosa terapia può aiutare il paziente a ripercorrere in maniera protetta i traumi subiti durante l’infanzia, interpretarne i meccanismi e riuscire ad avere il controllo sulle proprie azioni, in modo da avvicinarsi il più possibile a una vita “normale” e socialmente sana.
Altrettanto importante è il ruolo dei propri cariil loro amore (non a caso il termine parafilia deriva dal greco para= presso filia=amore) rappresenta, per chi è affetto da tali patologie, uno dei più importanti farmaci. Non dimentichiamoci infatti che, a prescindere dalla natura del trauma subito, la persona tende a ricercare lamore attraverso la perversione, quell’amore che in precedenza le è stato negato o che ha vissuto in maniera sbagliata.

Quando la sessualità diventa un disturbo. 1° parte

La sessualità è un aspetto fondamentale della vita di una persona. Fin dalla prima infanzia essa gioca un ruolo influente; e quando si parla di infanzia, non si può non fare riferimento a Sigmund Freud, colui che per primo riconobbe l’esistenza di una sessualità non più intesa soltanto come pura attività genitale del soggetto adulto, ma come condizione fondamentale nello sviluppo psicosessuale del bambino.

Secondo Freud lo sviluppo psicosessuale è un percorso molto complesso e delicato che si articola attraverso delle fasi ben precise ( orale, anale, fallica, di latenza, genitale); se si verificano problemi durante la riorganizzazione di queste fasi allora compare quella che Freud definisce regressione (meccanismo di difesa attraverso il quale il soggetto torna alle fasi di sviluppo precedenti), la quale crea le basi per lo sviluppo delle cosiddette perversioni.

Le deviazioni sessuali vengono scientificamente definite parafilie ovvero comportamenti psicosessuali che rientrano nel quadro di una vera e propria patologia clinica, da non confondere con quei comportamenti che invece rientrano nella categoria delle trasgressioni e che comportano violazioni di regole, ma che non hanno niente a che vedere con le deviazioni psicopatologiche che andremo ad analizzare.

L’elemento che contraddistingue le psicopatologie è rappresentato dalla componente ossessiva, cioè quella condizione in cui i desideri e le fantasie sessuali prendono il sopravvento sulla vita del soggetto al punto da creare disagio, umiliazione e distruzione del rapporto con l’altro e non solo.

Esaminandole nel dettaglio potremmo sinteticamente classificarle nello schema seguente:

Pedofilia: è senz’altro il disturbo che più di qualsiasi altro inorridisce al solo pensiero perché comporta il coinvolgimento di bambini prepuberi (generalmente non superano i 13 anni).
Secondo quanto stabilito dal DSM-IV (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 1994) un soggetto per esser definito pedofilo non deve avere un’età inferiore a 16 anni circa ed essere maggiore del bambino (vittima delle sue azioni) di almeno 5 anni.
Secondo il pensiero di G.O. Gabbard alla base di tale perversione vi sarebbe una condizione di narcisismo estremo , in pratica il pedofilo vede il bambino come un’immagine della proiezione di sé e lo “utilizza” come sistema per rafforzare la propria morbosa autostima.

Masochismo sessuale: comporta una condizione di reale sofferenza e umiliazione subita e inflitta dal partner. Può prevedere l’uso di oggetti o comportamenti che, in alcuni casi, possono anche provocare gravi incidenti.

Sadismo sessuale: è la condizione opposta al masochismo nel senso che l’appagamento sessuale è strettamente connesso all’atto di infliggere sofferenza e umiliazione nel partner. In questo caso, a differenza del masochismo, vi può esser la presenza di sensi di colpa e quindi il peggioramento del quadro clinico.
Secondo Medard Boss l’atto sadomasochista scaturirebbe dal bisogno di ricevere amore e dall’incapacità di donarlo, una sorta di insensibilità fisica nel masochista e percettivo-emotiva nel sadico.
La persona cerca di liberarsi di tale forma di insensibilità attraverso il dolore e paradossalmente riesce a sentirsi emotivamente viva. Senza questa condizione il soggetto sadomaso vivrebbe un rapporto freddo e vuoto.

Esibizionismo: è un disturbo sessuale che comporta l’atto di mostrare i propri genitali ad un estraneo. Può essere accompagnato dall’atto masturbatorio.
Generalmente compare prima dei 18 anni ma può manifestarsi a tutte le età.
Dal punto di vista psicopatologico può dipendere da una umiliazione subita da parte di una donna, in questo modo il soggetto riesce a vendicarsi nei confronti delle donne. Inoltre pare che chi ne è affetto sia fortemente insicuro nel vivere la propria virilità.

Feticismo: si tratta di una perversione che si serve di oggetti inanimati (feticci) per l’ottenimento dell’eccitazione sessuale ( per esempio scarpe, reggicalze ecc ), può comparire in fase adolescenziale ma è importante sottolineare che in alcuni casi il feticcio può assumere un significato particolare anche molto prima. È una condizione molto limitante del rapporto amoroso.

Frotteurismo: comporta l’atto di strofinare i genitali contro una persona non consenziente, spesso in luoghi pubblici, anche se il soggetto consapevole fa di tutto per non essere scoperto. Ciò può determinare forti stati d’ansia e disagio.

Travestitismo: è quella condizione in cui l’ottenimento del piacere si ottiene indossando i vestiti del sesso opposto.
Compare nei maschi eterosessuali e il soggetto fantastica di essere sia il maschio soggetto che la femmina oggetto della sua fantasia.
Questo disturbo può comparire già durante l’adolescenza.

Voyeurismo: condizione morbosa che si manifesta con l’atto di osservare persone (del tutto ignare) nude o impegnate in attività sessuali. La semplice osservazione determina eccitazione sessuale .
Nei soggetti sessualmente disturbati questa condizione in genere compare prima dei 15 anni.
Secondo Otto Fenichel questo può scaturire da un evento che in psicanalisi viene chiamato scena primaria (è possibile che il bambino abbia visto o sentito per la prima volta il rapporto sessuale dei genitori).

Esistono anche delle forme di perversione che rientrano in quella che viene definita categoria delle parafilie non altrimenti specificata (NAS), ovvero non rientrano nel quadro clinico esaminato precedentemente, alcune di esse sono:

Parzialismo: attrazione per una determinata parte corporea
Zoofilia : attrazione per gli animali
Urofilia: eccitamento sessuale attraverso le urine
Coprofilia: eccitamento sessuale attraverso l’uso di feci
Clismafilia: eccitamento sessuale mediante l’uso di clisteri

Continua…