Tra Sogno e Realtà. Reality Monitoring
Quante volte vi è capitato di sognare in modo così realistico da chiedervi al risveglio se non fosse davvero reale ciò che avete sognato? Ebbene, questa capacità di distinguere la realtà dal sogno (reality monitoring) è estremamente importante per una buona integrazione della coscienza e coinvolge strutture specifiche del cervello, situate nella corteccia prefrontale (PFC).
Il gruppo di Marie Buda ha effettuato un esperimento interessante allo scopo di verificare se vi fossero delle differenze individuali nella capacità di reality monitoring. Il gruppo di 53 pazienti è stato sottoposto ad un compito di memoria.
A ciascuno è stato mostrata una coppia di parole o la prima di esse. Quando veniva somministrata una sola parola, si doveva immaginare la seconda della coppia e, talvolta, pronunciarla ad alta voce; mentre in alcuni casi, era il ricercatore a leggerla. Dopodiché, i ricercatori per testare la capacità di discriminazione tra le parole viste e quelle immaginate, mostravano la coppia di parole chiedendo se fossero state lette ad alta voce dal soggetto o dal ricercatore. Inoltre, veniva mostrata la prima parola di ciascuna coppia e veniva chiesto di ricordare se la seconda parola della coppia fosse stata letta o immaginata. Alla fine di ogni sessione, veniva indagato il grado di sicurezza sulla accuratezza di ciascuna risposta.
I ricercatori hanno scoperto che la variabilità nella prestazione era correlata con la variabilità della struttura del solco paracingolato (PCS) all’interno della corteccia prefrontale. Per coloro i quali il PCS fosse assente, la capacità di ricordare se avessero letto oppure immaginato le parole era significativamente ridotta. Tuttavia, inconsapevoli degli errori di memoria, erano sicuri di sé come i restanti soggetti del campione sulla accuratezza delle loro risposte.
Questo risultato è coerente con una serie di ricerche in cui le differenze di volume e di forma del solco paracingolato sono connesse con scarse prestazioni di reality monitoring, tipiche di alcuni disturbi neuropsicologici. Inoltre, tali risultati vanno ad integrarsi a quelle ricerche che hanno messo in evidenza come la schizofrenia sia caratterizzata da deficit di reality monitoring combinati alla drammatica difficoltà di staccare l’attenzione dal mondo interno e rivolgerla verso l’esterno. Come in un circolo vizioso, il cervello dello schizofrenico sembra non riuscire ad interrompere deliri e allucinazioni distinguendoli dalla realtà.
Riepilogando, il solco paracingolato sembra avere un ruolo centrale nella abilità di distinguere le informazioni interne da quelle esterne. La variabilità di questa struttura potrebbe spiegare perché alcune persone presentano specifici errori di memoria come nel caso della confabulazione, cioè il riportare falsi ricordi autobiografici, oppure in quei casi straordinari di disturbo dissociativo dell’identità. Ma c’è di più. Tale variabilità potrebbe anche mettere in discussione l’idea di un cervello “tipico” distinto da quello “diverso” come nel caso delle sindromi neuropsicologiche. Negli ultimi anni, è emerso un dibattito interessante in cui la neurodiversità è considerata come una dimensione normale dovuta alle naturali differenze cerebrali dello sviluppo. Tali differenze spiegherebbero le variazioni delle funzioni cognitive tra le persone, mettendo in discussione il significato di un cervello “neurotipico”.













Leggendo questo tuo pezzo mi è venuta in mente una cosa, cioè il mito, duro a morire, che durante il sonno si possa apprendere una lingua o delle nozioni grazie all’ausilio di un apparecchio elettronico e di auricolari .
Dirai, che c’entra con la capacità di distinguere realtà e fantasia? Mi chiedo: perchè mentre dormiamo non impariamo e perchè se vi sono anomalie nel solco paracingolato non si impara dalla realtà? Sembrerebbe mancare, in entrambe le situazioni (in un caso in modo fisiologico, nell’altra patologico), la struttura necessaria a tenere in maggior conto gli stimoli provenienti dall’ambiente rispetto a quelli interni o autogenerati. Tale struttura ha evidente significato adattivo mentre la cognizione umana ha un altrettanto evidente ruolo di alienazione dalla realtà (nel senso di dilazionare la risposta).
Ho come la sensazione che vi sia un aspetto comune tra le due condizioni, compreso il ruolo di sveglia dell’emozione durante un incubo, ruolo di sveglia che sembra mancare nello schizofrenico.
Poni domande affascinanti, cui è difficile rispondere. Soprattutto quando ti chiedi il motivo per cui non apprendiamo quando dormiamo. Bisogna vedere cosa si intenda con “apprendere”. In fondo dormendo, sogniamo. Cioè ciclicamente, nelle varie fasi del sonno, il nostro cervello si attiva caoticamente come quando siamo svegli (desincronizzazione delle onde cerebrali).
Il sogno poi è una affascinante simulazione emotiva che la mente svolge “approfittando” della chiusura di molti canali sensoriali esterni (non interni!). Ma il tutto va ricollegato inevitabilmente all’enigma del sonno: a cosa serve? a ricaricarci? a riposare? a rallentare l’azione usurante del tempo? a deframmentare il sistema di memoria (elettrochimicamente e computazionalmente)? Perché alcuni dormono più di altri? Quanto il ciclo sonno/veglia è correlato con l’ambiente da “adattare” il nucleo sovrachismatico (struttura principale della regolazione ciclica di tutti le funzioni metaboliche e fisiologiche del corpo) alle condizioni fisiche esterne?
“La cognizione ha un ruolo di alienazione della mente dalla realtà”, scrivi. E’ un modo quasi esistenziale per ribadire le ipotesi psicologiche proposte in merito dai ricercatori, a partire da quanto indicato da von Hayek sulla “tendenza all’astrazione della mente umana”, cioè del progressivo decentramento dalla conoscenza senso/motoria nello sviluppo ontogenetico dell’uomo.
E’ pur vero, mi pare, piuttosto che un problema di apprendimento, che la difficoltà di sganciare l’attenzione dal mondo interno verso l’esterno sia un grave problema per i processi di metacognizione, cioè la consapevolezza di non essere coscienti di quanto esperiamo nella realtà pratica quotidiana.
Insomma, ti rispondo ponendo altri interrogativi perché a domande complesse non si può non rispondere con altrettante domande aperte.