Perchè evitiamo la verità su noi stessi
Le sitcom televisive molto spesso, per strappare una risata, utilizzano il sarcasmo associato a comportamenti più o meno ipocriti e contraddittori dei loro protagonisti. In realtà, se ci riflettiamo, riescono a far trasparire molto bene quanto ciascuno di noi eviti la verità su se stesso. Del resto, se fosse altrimenti, non sarebbero così accattivanti da vedere.
La rivista General Psychology ha pubblicato un articolo in cui Sweeny et al. (2010) spiegano le principali ragioni per cui ognuno di noi evita la verità su se stesso:
- potrebbe richiedere un cambiamento delle proprie convinzioni e credenze. Si tende naturalmente a cercare e validare quelle informazioni che confermano le nostre credenze rispetto a quelle che le smentiscono;
- potrebbe richiederci di intraprendere azioni indesiderate. Ad esempio raccontare al medico di quei strani sintomi accusati allo stomaco potrebbe voler dire sottoporsi ad esami indesiderati (o temuti). A volte preferiamo non sapere;
- potrebbe causare emozioni spiacevoli;
In realtà, lasciando perdere le sitcom, potremmo dire che andare in profondità per scoprire la verità o scegliere di evitarla dipende da:
- aspettativa: più le notizie che ci aspettiamo sono negative maggiore è lo sforzo per evitarle;
- mancanza di controllo: minore è il controllo che pensiamo di avere sulle conseguenze dell’informazione, maggiore sarà la nostra motivazione ad evitarla. Pensiamo ad esempio all’esito di un esame per la diagnosi di una malattia grave;
- mancanza delle risorse di coping: quando pensiamo di non poter gestire le informazioni (o le situazioni) che ci si pongono davanti il comportamento più spesso attuato è l’evitamento;
- difficoltà di comprensione: più l’informazione è difficile da interpretare e meno è la voglia di sapere. A questo si ovvia solo grazie alla motivazione, che però non può essere presente in ogni attività della nostra vita;
Questo fa si che a volte facciamo del nostro meglio per evitare di conoscere noi stessi… e a volte questo ha perfettamente senso. Ad esempio, la fibrillazione atriale ha incidenza prevalentemente dopo i 70 anni. Effettuare il test per la diagnosi potrebbe portare informazioni utili o sarebbe solamente causa di stress? Conclusione: se non c’è nulla da poter fare (per curare la patologia) allora forse l’informazione peggiora solo la qualità della vita.
Attenzione: non sto dicendo di evitare qualsiasi informazione “dolorosa”. Altre volte l’evitamento porta ferite ancora più dolorose. Rifiutare di prendere l’appuntamento per il controllo di quello strano neo sulla schiena potrebbe ritardare il trattamento per il cancro.
Il trucco sta nel sapere quali informazioni evitare e quali andare a cercare, peccato che nessuno di noi abbia la bacchetta magica.
In conclusione: evitare l’informazione e quindi la verità (tornando a noi stessi) è una strategia razionale per affrontare la complessità del mondo, molto più di quanto possa sembrare a prima vista.
Tornando alle sitcom, ciò che ci fa ridere dell’ipocrisia del personaggio sono la sua umana realtà, il riconoscimento ed il disagio che stimola in noi.
Nel nostro intimo ognuno di noi sa di essere un po’ ipocrita.
Fonte: PsyBlog














Quando tu dici potrebbe richiedere un cambiamento delle proprie convinzioni e credenze
a me viene da pensare ma come diavolo si formano queste convinzioni e credenze, com’è che si formano quelle e non altre? Dopo è chiaro che qualsiasi cosa che cerca di modificare quelle credenze è mal vista. Del resto, far fare qualcosa di sgradito sia a un individuo che a un animale genera comportamenti di resistenza.
In più, noi non mentiamo a noi stessi solo riguardo noi stessi ma riguardo tutto. Tutto quello su cui abbiamo una credenza o convinzione. Insomma, la presunta intelligenza con la quale guardiamo il mondo è una bufala. Ma, noi crediamo con la ragione o con il cuore?
Cercare di conoscere se stessi è un po’ un piccolo inganno, all’interno della organizzazione della mente (credenze e convinzioni emotive sul mondo), il cui scopo consiste nel mantenere la propria stabilità.
Ecco perché sono spesso scettico su questo genere di approccio “razionalistico”, per cui sono disfunzionali le nostre credenze o convinzioni” dal momento che ci “ingannano”. E la domanda successiva sarebbe: rispetto a cosa ingannano? Ad una presunta realtà oggettiva a cui dobbiamo adeguarci? Non è molto convincente…
Il punto cruciale a mio vedere è il termine “inganno”, spogliato però della sua comune accezione negativa. L’auto-inganno utilizzato , come dice Neuromancer, necessario al mantenimento delle convizioni e credenze ed in termini più ampi alla coerenza ed immagine di sè non è suscettibile di accezione negativa. E’ un processo mentale regolatore, che attribuisce significato e motiva l’azione. Il difficile è proprio prendere consapevolezza del suo comportamento ed imparare a gestirlo. In questi termini pensiamo a quanto è importante la comunicazione e a come un termine possa far di una persona un “sano” o un “malato” **. Propio per questo, alcune delle evoluzioni più recenti della psicoterapia (come ad esempio la terapia breve strategica) ricorrono all”inganno” per ri-attribuire coerenza, spesso svincolata dalla razionalità.
**ad esempio con il depennamento dell’omosessualità dall’elenco dei disturbi psichiatrici del DSM. Quante persone improvvisamente sane grazie al bianchetto.
le CONVINZIONI e le CREDENZE si formano dalla nascita fino all’età adolescenziale….quali si formano dipende da quelle che ti insegnano le persone vicino a te in primis padre e madre…..come fare a toglierle è abbastanza semplice ora con semplici corsi di P.N.L …anche l’ANALOGICO è ottimo ma diverso come approccio, più innovativo per la comprensione della formazione del carattere in generale che delle sole convinzioni e credenze.
PS. 1° nota LE CONVINZIONI sono dedotte (dall’individuo) LE CREDENZE sono indotte (dagli altri)…ecc…ec….
LE CONVINZIONI e LE CREDENZE si formano dalla nascita dell’individuo fino all’età adolescenziale….QUALI si formano dipende dalle idee delle persone vicino al bambino in primis padre e madre, altre si formano con un elaborazione della percezione indivuduale…..COME si risolvono, adesso è abbastanza semplice con corsi di P.N.L , anche L’ANALOGICO è ottimo ma ha un approccio diverso e più adatto a una conoscenza più ampia del carattere individuale.
LA CONVINZIONE è dedotta, quindi è una deduzione dell’individio fatta per e tramite determinati processi ….LA CREDENZA è indotta, quindi imposta dalle persone adulte al bambino….ecc…ecc…
@(catia) Purtroppo la natura delle convinzioni e delle credenze, per definizione, necessitano di processi di elaborazione dell’informazone (semantica, narrativa, logico-deduttiva) che proprio con l’adolescenza emergono e sono disponibili per costruire il sistema schematico di convinzioni e credenze. Non so su che basi metti su queste asserzioni. Basta solo leggere qualche testo di Piaget ad esempio. Lasciamo perdere tutto il resto.