Linguaggio dei Segni e Iconicità

by Matteo Radavelli on febbraio 15, 2010

Nella mia introduzione alla Lingua dei Segni ho fornito un quadro generale, in gran parte storico; oggi andiamo ad analizzare una relazione controversa: quella tra la Lingua dei Segni e l’Iconicità.

Le ricerche condotte negli ultimi 40 anni hanno dimostrato che le lingue dei segni possiedono molte caratteristiche (come l’arbitrarietà), strutture e funzioni linguistiche simili a quelle delle lingue vocali anche se sono indipendenti dalle lingue parlate della stessa area geografica. Sin dalle prime ricerche sulle lingue dei segni, i ricercatori hanno notato che, in molti casi, le forme dei segni assomigliano o, in un certo senso, “portano alla mente” le forme degli oggetti, azioni od eventi che rappresentano (ad esempio in LIS il segno per “dormire” richiama l’azione di appoggiare la testa sul cuscino). Questa caratteristica, definita iconicità, ha portato ad indagare la relazione di somiglianza tra il segno ed il suo referente. Un’importante conseguenza dell’iconicità dei segni è che persino un udente che non ha familiarità con alcuna lingua dei segni può, più o meno appropriatamente, “leggere” o “indovinare” il significato di un segno o trovare una connessione tra il segno e l’oggetto, evento od azione che quel segno rappresenta. Una serie di test (Klima e Bellugi, 1976) dimostrano che molti dei presunti effetti iconici rilevati da spettatori udenti sviano dai significati autentici, precludendo loro la capacità di capire cosa i segnanti stiano trasmettendo. Questi test mostrano come a tali osservatori sembra spesso di intuire qualcosa che però puntualmente sfugge loro: solo se poniamo un sistema linguistico strutturato in maniera tale che degli elementi linguistici segnati possano essere messi in risonanza interna, si può affermare la presenza di un principio iconico forte. Al di fuori di quest’apparato di convenzioni, per buona parte arbitrario, ogni rivendicazione di iconicità delle lingue segnate si dissolve in false interpretazioni. I test consistevano nel mostrare a persone udenti e non-segnanti una serie di segni, chiedendo loro di intuirne il senso. Meno del 10% rispose correttamente, anche se nella maggioranza era forte la tendenza, poi delusa, ad individuare tracce di manifestazioni iconiche; anche fornendo serie di risposte multiple, una sola delle quali esatta, le risposte corrette superavano appena il 10% del totale. Questi esperimenti furono ripetuti (Klima e Bellugi, 1979) fornendo agli spettatori il significato dei segni rappresentati, con l’intento di capire se gli individui udenti non-segnanti fossero in grado di rintracciare la motivazione iconica che ha guidato i segnanti a produrre un segno in quel particolare modo. In questo caso i risultati furono ribaltati, infatti circa il 90% del campione rispose correttamente alle domande. Alla luce di questi risultati, i due autori avanzarono alcune ipotesi circa la natura iconica dei segni e le modalità di riconoscimento utilizzate dagli osservatori, sia sordi che udenti. I segni riconosciuti anche dagli spettatori udenti non-segnanti (quindi solo in virtù di una somiglianza con la realtà rappresentata) furono definiti “trasparenti”, dato che la loro produzione sembra raffigurare la realtà delle cose. I segni rimasti incomprensibili nel corso dei primi test li definirono “opachi”, nel senso che il loro significato rimane oscuro se non si conosce quella particolare lingua segnata. Gli esiti dei test del 1979 spinsero inoltre gli autori a coniare il nuovo appellativo di segni “translucidi”: segni che, in un primo momento definiti opachi, risultano poi trasparenti agli occhi degli osservatori, non per riconoscimento intuitivo, ma per una mediazione culturale fondata cioè sulla competenza di osservatori esperti. Klima e Bellugi (1979), in un altro esperimento, analizzarono gli errori di intrusione durante compiti di rievocazione. I risultati mostrarono che i soggetti sordi commettono sia errori fonologici che semantici, ma con una netta prevalenza dei primi. Gli autori utilizzarono quindi l’elevata presenza di errori fonologici per sostenere che i sordi scompongono i segni, nelle loro componenti, come gli udenti scompongono le parole (da qui gli errori fonologici) e che, nonostante la somiglianza tra alcuni segni e il loro significato, questi non possono essere definiti iconici. Quanto detto sino ad ora potrebbe erroneamente portare a pensare che, nelle lingue dei segni ,alcuni segni si riferiscono alla parola che rappresentano in base a convenzioni linguistiche, come per le lingue verbali, mentre altri per il fatto che assomigliano a ciò che rappresentano. L’erroneità di quanto detto può essere mostrata tramite un esempio: considerando la parola “albero” in LIS e ASL possiamo dire che, pur essendo segni differenti, rievocano entrambi la forma dell’albero. Proprio il fatto che siano differenti però ci fa notare che non ogni segno che richiama l’albero in una lingua dei segni è utilizzato per dire “albero”, ma è scelto sulla base di una convenzione. Questo mostra, come avviene nelle lingue verbali, che nelle lingue dei segni il rapporto tra i segni e ciò che rappresentano è convenzionale.

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