Lettera aperta a un insegnante “tradizionale”

by Azzurra Spreafico on febbraio 8, 2010

A scuola si va per imparare: questo concetto è chiaro a tutti. Certo, siamo anche in accordo sul fatto che si può imparare in diversi modi. Si può imparare perché qualcuno ci dice esattamente come stanno le cose e che queste sono da memorizzare (ma quando questo metodo è usato troppo spesso, come nelle didattiche tradizionali, lo studente da passivo e stanco smette di studiare); oppure si può imparare perché io attivamente ricerco, risolvo problemi, formulo ipotesi (metodo che piace e diverte molto gli studenti, tanto che produce un apprendimento significativo e che non viene scordato subito dopo la verifica).

La domanda spontanea è: perché la didattica italiana si ostina nel primo metodo che va bene decisamente per pochi studenti? Semplicemente perché serve meno tempo per preparare e fare la lezione: d’altronde chi non ha mai sentito la frase “Siamo indietro con il programma!”. Questo programma che sembra essere sempre lungo e pieno di contenuti che per la fretta di finirli vengono memorizzati giusto giusto per il tempo che serve (dalla spiegazione alla verifica o interrogazione). Si parla di capacità, abilità, competenze e chi più ne ha più ne metta: parole! Siamo in una scuola in cui il contenuto e il sapere sono l’unico vero obiettivo e valore. Ciò che più fa arrabbiare è che un tempo tutto questo era esplicitato chiaramente: oggi invece ci nascondiamo dietro parole come “scuole dell’autonomia”, “portfolio”, politica delle “tre I” e attenzione alle competenze. La realtà è che in Italia vi è solo la didattica tradizionale.
Se potessi manderei queste parole a tutti gli insegnanti “tradizionali”:
“ Caro insegnante, hai mai pensato che esiste un altro modo di insegnare? Ma soprattutto … hai mai pensato che mentre fai lezioni tu educhi futuri adulti e cittadini? Hai mai pensato che forse era meglio finire l’anno con la metà dei contenuti spiegati ma con venti studenti capaci, abili nel metodo di cercare, elaborare, vagliare, rielaborare e ricostruirsi i propri saperi? Hai mai pensato che dici spesso che bisogna essere aperti a tutti i punti di vista e rispettare l’altro ma che tu nelle tue lezioni dai la conoscenza filtrata dalla tua mente e dai tuoi occhi? Hai mai pensato che magari c’è un altro modo di insegnare, certamente più faticoso per te, ma più attivo, significativo e divertente per gli studenti?
Domani, quando ti siedi dall’alto della cattedra, ricordati che non puoi non educare e quando aprirai il libro per parlare un’ora ai tuoi studenti silenziosi abbi almeno la coerenza di dire che di conoscenza ce n’è una, la tua, che di modi per impararla c’è ne uno, lo studio e di valutazione ce n’è una, la verifica. Dì che non ti importa delle competenze, ma dei contenuti e che vengano detti e scritti bene! Dì che di punto di vista ce ne sono due: quello dei libri e quello della tua mente.
Buona riflessione.”

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