La coscienza: e se fosse tutto un’illusione? 2 Parte
E’ grazie alla coscienza, dunque, che riconosciamo “il fatto” di provare delle emozioni in conseguenza a qualcosa che percepiamo. L’uomo, rispetto agli animali ha cognizione di più cose, va oltre la semplice consapevolezza delle proprie capacità. Ogni specie animale è consapevole delle proprie abilità, mentre, è propriamente umana la sensazione che abbiamo di esse: tale sensazione corrisponde al quanto d’energia che dona l’effetto della coscienza di avere un Sé. La maggiore articolazione della consapevolezza è direttamente proporzionale alla complessità del cervello che l’ha prodotta. In poche parole, le capacità del cervello sono associate ad almeno una rete neuronale, più reti possiede il cervello tanto più sarà la consapevolezza delle sue capacità.
E’ dalla fisicità cerebrale, quindi, con la sua attività elettrica e bio-chimica di milioni di cellule che, lavorando all’unisono, si esprime, come fenomeno quantico, la coscienza. Essa è così intimamente connessa con il cervello che i mutamenti nell’uno hanno effetto sull’altra, ad esempio: le sostanze che alterano le funzioni del cervello, le lesioni cerebrali seguite a traumi o le stimolazioni sperimentali ad opera di ricercatori su cervelli con corteccia esposta parallelamente producono alterazioni nel funzionamento della coscienza.
E’ bene chiarire che l’attività cerebrale ha un funzionamento non centrale, come intuitivamente viene da pensare, ma basato su processi paralleli e non seriali… nel linguaggio informatico possiamo dire, non una CPU centrale (Central Processing Unit – il cuore del computer) ma tantissime CPU che lavorano in parallelo, cioè contemporaneamente. Pare che sia proprio tale contemporaneità nel funzionamento di differenti zone cerebrali, anche tra loro distanti, la causa del fenomeno quantico dell’esperienza soggettiva.
Il corpus d’interesse, è l’ipotesi della coscienza quale effetto superiore del funzionamento del cervello. Si è trovato che alcune zone dello stesso siano caratterizzate da cellule dotate di qualia (gli aspetti qualitativi delle esperienze coscienti… cioè le sensazioni specifiche alle singole esperienze).
Differenti studi hanno messo in luce in maniera chiara il nesso tra funzionamento del cervello e la coscienza, rapidamente possiamo citare il caso dell’amnesia anterograda dove il soggetto mantiene sia la memoria a breve termine sia quella a lungo termine, ma quest’ultima solo fino a un dato momento, dopo il quale il soggetto non ricorda più nulla, ciò che avviene, è che gli amnesici, come qualsiasi altra persona, vivono, da un lato, il presente come un flusso di coscienza unitario e percepiscono il nesso tra un istante e il successivo, mentre dall’altro non hanno nessun senso di continuità fra l’oggi e il domani e non possono pianificare un futuro basandosi sul passato. Altro studio ci viene dal caso di visione cieca (l’individuo che ne è affetto ha una zona cieca o scotoma nel proprio campo visivo), in questo caso alcuni soggetti sottoposti a visioni di oggetti posti proprio nella zona buia, pur rispondendo che non vedevano nulla erano capaci di orientare gli occhi nella direzione giusta, oppure erano in grado di imitare i
punti luminosi che si spostavano nella zona cieca, quello che emerge è che il vedente cieco ha una visione oggettiva ma non ne ha coscienza, poiché sarebbe privo di qualia visivi.
In conclusione si può affermare che la coscienza costituisce un epifenomeno dell’attività elettrico-chimica cerebrale, e che in assenza di attività cerebrale non può esserci coscienza.
Berlucchi G. (neuroscienziato): “può esistere un cervello funzionalmente attivo senza coscienza, ma non può esistere una coscienza senza un cervello funzionalmente attivo, sfido chiunque a smentirmi”.













@In conclusione si può affermare che la coscienza costituisce un epifenomeno dell’attività elettrico-chimica cerebrale, e che in assenza di attività cerebrale non può esserci coscienza.
Molti fatti mostrano che le cose però non stanno così. Basti pensare che da svegli il cervello non sia mai del tutto attivo e però siamo coscienti… mentre quando dormiamo durante i sogni il cervello è molto attivo, però siamo incoscienti!
Faccio notare poi che, oltre al fatto che l’ipotesi non sia molto convincente, dovremmo pure dimostrare in che proporzioni l’attività cerebrale è correlata con quella della coscienza: essere paralitici per un ictus al cervello e quindi con il blackout di zone neuronali comporta una diminuzione di consapevolezza?
E poi: di cosa stiamo parlando quando ci riferiamo all’attività cerebrale? Della quantità di neuroni attivi? Del carico di glucosio e di ossigeno consumato? Di una particolare tipologia di frequenza delle oscillazioni delle onde cerebrali? Di peculiari network neurali? Di uno specifico impiego di classi di neurotrasmettitori?
Mi viene da pensare che questo approccio riduzionistico risolve un problema semplice, cioè la descrizione di un modello di funzionamento della coscienza, ma non tocca il problema centrale di cosa sia l’esperienza cosciente.
Interessante spunto di riflessione il tuo articolo. Presto scriverò un post in merito.
Dovrebbe essere chiaro e evidente, che da parte dei ricercatori non c’è presunzione alcuna… ma semplicemente ipotesi suffragate da un certo numero di ricerche sperimentali, dove l’umiltà scientifica rimane tacita a personaggi di tal spessore.
Buona l’idea di Carmelo Di Mauro di scrivere un post a riguardo!
Quanto mi piace entrare in questo blog e leggere di queste cose,mi fanno arricchire culturalmente;mi piazcono molto tutti i vostri articoli.Teresa J.
“La vita potrebbe essere il fondamento e potrebbe causare la materia e così via…
C’è stato un certo parlare su alcuni miei studi indirizzati a mostrare i limiti della scienza attuale.[...] La mente è vista come un qualcosa di secondario, qualcosa che nasce dalla materia per puro caso e non c’è alcuno scopo o senso nell’universo…Così ci troviamo di fronte ad una situazione paradossale, e dobbiamo scontrarci con le reazioni della corrente scientifica principale, e di tutti i suoi orpelli, per proporre nuove idee.” (Josephson, Nobel per la Fisica)
“In realtà, tutte le evidenze sperimentali raccolte fino ad oggi non sono in grado di discriminare tra le due alternative, se la mente abbia efficacia causale sul cervello o se sia un epifenomeno dell’attività cerebrale. In altre parole, non esiste a tutt’oggi un esperimento conclusivo che dimostri l’inefficacia causale della mente nelle decisioni umane.” (Filippo Tempia, neurologo)