All’inizio dello scorso secolo alcuni studiosi, come ad esempio Ebbinghaus, cominciarono a condurre esperimenti sistematici sulla memoria, in modo da confermare empiricamente le risposte a domande come: esiste solo un tipo di memoria? Quanto tempo ci vuole per apprendere delle nuove informazioni? I primi studiosi che si occuparono di memoria cercarono di spiegarla nei termini di un processo unitario, esattamente come tentarono di spiegare i processi di apprendimento. Con il passare del tempo gli psicologi iniziarono a proporre modelli riguardanti aspetti specifici della memoria, formulando teorie multiprocesso e multimodali della stessa che appariva, quindi, composta da vari sistemi interconnessi. Da qui nacquero modelli, come quello di Atkinson e Shiffrin (1971), che miravano all’unificazione delle precedenti ricerche sui vari sistemi implicati nella memorizzazione, in modo da cercare di spiegare le componenti e l’organizzazione della memoria stessa. Con il susseguirsi di ricerche sempre più specifiche e l’avvicendarsi di teorie vennero messi a fuoco i diversi tipi di memoria, le componenti costitutive di queste e le interazioni presenti tra i vari sistemi coinvolti. Partendo dalla grande distinzione tra memoria a lungo termine e memoria a breve termine Baddeley e Hitch (1974) svilupparono il concetto di working memory: “un sistema per il mantenimento temporaneo e per la manipolazione dell’informazione durante l’esecuzione di differenti compiti cognitivi, come la comprensione, l’apprendimento e il ragionamento” (Baddeley, 1986). Questo sistema è a sua volta composto da tre componenti principali: l’esecutivo centrale, il phonological loop e il taccuino visuo-spaziale. Quest’ultima è senza dubbio la componente meno trattata da Baddeley, pertanto nei post futuri cercherò di analizzarne le basi neurali, le funzioni e le caratteristiche, per cercare di meglio comprendere il suo ruolo all’interno del processo di memorizzazione, ma più ampiamente nella nostra vita.














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