Il relativismo assoluto! 1 parte
Quest’articolo per presentarvi qualcosa di fondamentale nella pratica terapeutica, ma anche qualcosa di molto importante nel percorso autoconoscitivo, quando nella quotidianità ci troviamo nella necessità di dover cambiare qualcosa della nostra condotta, che si è rivelata disfunzionale al raggiungimento di un qualche nostro obiettivo.
Sto parlando del relativismo dei fatti mentali.
Perché questo, poiché ciò rappresenta il fulcro del cambiamento.
Parlare di assoluto sicuramente i più ne rimarrebbero sbigottiti… direbbero ma come assoluto se l’assoluto non esiste, a meno che si intenda osare assumendo come assoluto Dio o Allah come dir si voglia con tutti i suoi vari rappresentanti profetici: Maometto, “Gesù”, ecc., ma nonostante ciò appare oggi ormai più che chiaro, che anche nell’area mistica, di assolutamente certo non c’è proprio un bel niente!
Non si può più identificare il divino con l’assoluto a meno che si abbandoni la logica a favore della fede religiosa, ma sappiamo che di fedi religiose ce ne sono tante, per cui anche in questo caso, appare impossibile assumerne una come assoluta, quando siamo consapevoli della presenza di altre, le quali potrebbero essere altrettanto valide.
Ma spesso ci volgiamo al mondo reale con la stessa fede irrazionale con cui ci dirigiamo al divino. Per cui poniamo per necessità, il più delle volte inconsapevolmente quindi senza una minima riflessione, come assoluto dei riferimenti che oggettivamente non lo sono.
Le norme culturali (la sovrastruttura: per es. la cultura occidentale od orientale o araba o ancora le culture primitive tipo tribali presenti in alcune popolazioni dell’Africa centrale o presso gli ultimi aborigeni del continente australe; ecc.) ne sono l’esempio, e l’etica e la morale che sono all’interno, ne costituiscono i riferimenti comportamentali per eccellenza, che erroneamente sono creduti assoluti.
Ognuno di noi possiede all’interno del suo sistema pensante, la sua etica e la sua morale che non sono altro che la sottocultura partorita dalla sovrastruttura culturale. Ed è proprio ciò che vige nella maggior parte dei casi, ed in maniera assolutamente irremovibile, come guida del nostro comportamento.

Le rigidità assolutizzanti e preconcette ne sono l’esempio. Esse rappresentano i punti di riferimento del sistema cognitivo, i concetti fondamentali, con i quali valutiamo il mondo e noi stessi. Sono proprio tali concetti che costituiscono ciò che di “assoluto” vige nella nostra struttura mentale.
Assolutismo/relativismo dicotomia impossibile se non solamente accademica, per cui cercherò di farvi giungere alla consapevolezza dell’inesistenza di certezza assoluta, ma solamente relativa che a nostro “piacimento” consideriamo assoluta.
Tale consapevolezza sarà di vitale importanza, poiché è proprio sul relativo che noi poniamo come assoluto, che si basano gran parte delle nostre difficoltà nell’affrontare la realtà quotidiana: l’origine dei nostri nevroticismi, l’incapacità di spostarsi facilmente, potendo così costruire il mondo e noi stessi da un diverso orizzonte, da una differente angolazione, un’angolazione dissimile da quella che s’impone coattivamente al nostro vivere.
La dimostrazione è semplice basta pensare, come già accennato, alle differenti sovrastrutture culturali ancora esistenti sul nostro pianeta. Esse possiedono come riferimenti assoluti elementi diversi, ed è chiaro che ogni cultura è diversa da un’altra nella misura in cui questi elementi relativi vengono assunti come assoluti.
…continua…














Sono parzialmente d’accordo (nel senso della possibilità di scelta in ambiente relativo assoluto). Ritrovo nelle caratteristiche tipiche del modello di inferenza tipico delle emozioni (cioè a dire cosa ci aspettiamo dagli altri e cosa diamo) l’esistenza dell’assoluto. In fondo noi chiediamo, proprio da questo punto di vista, che chi ci è amico sia sempre amico e del resto deduciamo che ci è nemico è sempre nemico. Se la coscienza simbolica è un lettore della sottostante coscienza primaria, ne sarà molto probabilmente influenzata. ma quanto possiamo essere vivi e funzionanti senza emozioni? saremmo come un computer? e saremmo in grado di decidere di alzarci dal letto, la mattina?
Questo per dire che l’assoluto fa parte del mondo animale e dobbiamo in parte accettarne la scomoda presenza. Poi se qualcuno ci spiega come ovviare a molte nostre interpretazioni erronee, ben venga. Nella mia esperienza, la forza di un convincimento emotivo, di solito batte sempre quello razionale.
Da quello che si capisce dalle tue parole… !?
Non ci sarebbe conoscenza senza emozioni, le variazioni fisiologiche (relative ai sistemi preposti alla sopravvivenza: circolatorio, immunitario, respiratorio e digestivo) che noi registriamo, a livello di consapevolezza, rappresentano il materiale “informatico” sul quale costruiamo la nostra conoscenza di sé e del mondo. Sono i messsageri informazionali che ci indicano la migliore soluzione adattiva in relazione ad un determinato tempo e contesto. Il cammino evoluzionistico ci ha offerto tale complessità e, la risposta a livello cerebrale di varie zone processuali in attivazione sincronica, ci offrono la percezione di coscienza, che è la base del senso di sé.
Il tutto è realtà, ma una realtà che è tale solo alla persona che l’ha partorita,
L’insieme di costruzioni, rappresentazioni, ecc, frutto dell’insieme di significati estrapolati dalle esperienze (le variazioni fisiologiche), costituiscono la coerenza interna della persona (l’immagine di sè), una specie di piano di riscontro sul quale è valutata, ad ogni momento, l’accettabilità delle nuove percezioni.
Ciò che più, in assoluto, interessa ad ogni vivente umano è la conferma di sé (i significati personali che lo rappresentano) poichè è, di fatto, sopravvivenza e lotta al senso del nulla.
Dunque, pur di mantenersi orientata, la persona, è progettata dalla stessa natura ad autoingannarsi, e questo, proprio alla luce del mantenimento della sua coerenza interna che è, ripeto, sopravvivenza!
Il problema nasce quando una determinata organizzazione conoscitiva adattiva, che si è formata come la soluzione più percorribile a quella data struttura (interazione tra genoma e ambiente) e a quel determinato contesto, diciamo “esce” da quella nicchia ecologica, che l’ha costituita, e passa ad altre (esempio dall’ambiente familiare a quello esterno), è proprio in tal caso che, spesso, quella struttura da adattiva si trasformi, per alcuni aspetti, paradossalmente in disadattiva… inadeguata a fronteggiare le differenti perturbazioni proprie al nuovo ambiente, ed è qui che si accentuano le caratteristiche di inadeguatezza e vulnerabilità proprie a quella struttura.. ecc., ecc.,
Riporto un pensiero:
http://psicologiapsicofilosofia.blogspot.com/2010/06/la-conoscenza-e-il-risultato-duna.html