Il modello dei “Continua” di Cornoldi e Vecchi

by Matteo Radavelli on ottobre 21, 2010

Precedentemente, spiegando il modello di memoria di lavoro di Baddeley abbiamo visto come questo sia formato da un esecutivo centrale, un phonological loop, un taccuino visuo spaziale e un bufffer episodico. Quello che il modello ci rimanda è che le componenti siano tra loro indipendenti e che lo svolgimento di una data operazione avvenga in uno specifico sottosistema secondo il principio “tutto o niente”. Questa è sicuramente la motivazione principale che ha portato Cornoldi (1995) alla generazione del modello dei “continua”. Alcune delle critiche che rivolge al modello di Baddeley comprendono:

-          Le immagini mentali e visuo-spaziali sembrano presentare una grande diversificazione al loro interno e al tempo stesso valersi d’informazioni originariamente provenienti da diverse modalità (Cornoldi, 1995).

-          La difficoltà di ricondurre  specifici compiti e situazioni a uno specifico sottosistema determina una rigida separazione tra i sottosistemi di memoria di lavoro stessi. Questo si palesa nella difficoltà di Baddeley nell’attribuire determinati compiti ai servosistemi.

-          L’ampia gamma di categorie di stimoli e modalità di elaborazione che interessano la memoria di lavoro.

L’iniziale lavoro proposto da Cornoldi (1995) successivamente rielaborato da Cornoldi e Vecchi (2000,2003) è fondato su una continuità tra codici di elaborazione e livello di attività richiesta nello svolgimento di compiti cognitivi.

L’ipotesi fondamentale del modello è che l’elaborazione delle informazioni in memoria di lavoro non sono soltanto modalità-specifica (verbale visiva e spaziale), ma  compito specifica: la natura dei vari compiti determina l’attivazione di specifiche strutture della memoria di lavoro lungo un continuum centrale-periferico che rispecchia la quantità di integrazione\coordinamento necessaria per lo svolgimento del compito. Mayr e Kliegl hanno dimostrato la validità di questo eseguendo delle ricerche in cui la complessità legata al coordinamento di diversi processi, risulta essere la variabile maggiormente significativa per spiegare la prestazione di soggetti anziani con ridotte capacità visuo-spaziali (Mayr, Kliegl e Krampe, 1996).

Basandosi quindi sul concetto di  continuità tra i livelli gli autori strutturano un modello caratterizzato da due dimensioni: Continuum orizzontale e continuum verticale (Fig. 6). Ciò permette una maggiore elasticità nella descrizione delle attività di memoria di lavoro, comprese tra quelle di base e quelle più centrali.

-          Continuum verticale: costituisce il grado di controllo attivo associato ad un compito cognitivo. La funzione di questa componente risulta chiara durante la gestione della prova stessa: un compito non può essere semplicemente etichettato come attivo o passivo, ma sono i processi al suo interno che assumono un determinato livello  nei parametri di attivià\passività, definendolo e permettendo di attribuire ad ogni compito un diverso grado di controllo ed assegnare un proprio grado di specificità materiale-dipendente ai processi centrali. Lungo il continuum verticale si possono raggruppare le abilità più automatizzate in cui il coinvolgimento della memoria di lavoro è basso e i processi più centrali che richiedono un controllo più elevato. Crescendo il livello di controllo aumenta la richiesta di risorse cognitive della mente quindi, più alto è il grado di controllo richiesto da un’attività, più lo svolgimento di questa è incompatibile con lo svolgimento simultaneo di un’altra attività centrale. Un’ulteriore questione spiegata dal continuum verticale è l’ancoraggio dei processi della memoria di lavoro alla natura specifica dell’informazione elaborata. Le attività più semplici (di base) sono strettamente ancorate a un determinato tipo d’informazione (ad esempio, percezione e ricordo immediato di colori), mentre un’attività a livello intermedio mantiene un ancoraggio più debole ed infine un’attività molto centrale si stacca quasi completamente dalla natura dell’informazione elaborata.

-          Continuum orizzontale: è dipendente dal materiale impiegato nello svolgimento di un compito. È qui possibile ipotizzare l’esistenza di sistemi semi-indipendenti individuando eventuali dissociazioni tra processi specifici per modalità. È inoltre collegato con le rappresentazioni immagazzinate nella memoria a lungo termine, impiegate nell’esecuzione di compiti automatizzati; quindi nel continuum orizzontale si cerca di distinguere tra “formato” o “modalità di presentazione” (ad esempio tra visivo e spaziale), ma non è possibile stabilire con precisione, a questo livello, i processi che vengono chiamati in causa per eseguire un determinato compito, in quanto se una prova è presentata in modalità visiva non è escluso che un partecipante possa utilizzare una strategia spaziale o verbale per affrontarla. Il piano orizzontale poiché riguarda il contenuto di diverse tipologie d’informazione e la minore o maggiore distanza esistente tra queste. Il materiale linguistico e quello visuo-spaziale si possono posizionare su due punti opposti di questo piano, mentre materiale visivo e spaziale, pur occupando punti separati, possono avere maggiore contiguità.

Cercando quindi di spiegare il funzionamento generale del modello si può dire che ci sono dissociazioni orizzontali più chiare a livello periferico di elaborazione e in base alle modalità sensoriali dell’informazione che di contro vengono poi elaborate lungo il continuum verticale, influenzato dalle caratteristiche del compito e  non da quelle dello stimolo. Ciò che influenzerà la posizione del compito lungo il continuum dipende dal carico attentivo\cognitivo, tanto maggiore quanto più il processo avviene a livello centrale,  che si rende necessario per lo svolgimento del compito.

Una delle più ricorrenti critiche a questo modello riguarda la difficoltà del compito nella distinzione attivo-passivo, poiché i compiti passivi possono essere ritenuti più semplici di quelli attivi. In risposta a questo sono state presentate prove dimostranti la diversa natura dei processi attivi e passivi da parte di Lanfranchi (2004). L’autore ha dimostrato che in prove di memoria di lavoro nei soggetti con sindrome di Down, rispetto al gruppo di controllo, cadono solo nei compiti attivi, a differenza dei soggetti con X-fragile che ottengono prestazioni maggiori rispetto ai controlli, in tutte le prove, anche in quelle passive.

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