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	<title>PsycHomer</title>
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	<description>la mente, la persona</description>
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		<title>La narrazione autobiografica</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 05:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tatiana Porcelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In molti luoghi educativi come ad esempio le scuole, le comunità di recupero per tossicodipendenti, le residenze per anziani, i centri di accoglienza per immigrati, le case famiglia ecc., viene spesso avanzata una proposta formativa finalizzata all&#8217;attivazione o ri-attivazione di percorsi di crescita individuali e di gruppo. Si tratta della narrazione scritta della propria vita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY">In molti luoghi educativi come ad esempio le scuole, le comunità di recupero per tossicodipendenti, le residenze per anziani, i centri di accoglienza per immigrati, le case famiglia ecc., viene spesso avanzata una proposta formativa finalizzata all&#8217;attivazione o ri-attivazione di <strong>percorsi di crescita individuali e di gruppo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY">Si tratta della narrazione scritta della propria vita (<strong>autobiografia</strong>) e del racconto orale di sé (<strong>autobiologia</strong>); ma quali sono gli scopi di questa pratica?</p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY">Analizziamoli nel dettaglio: essa rappresenta una tecnica volta a <strong>migliorare o ristabilire il contatto con se stessi</strong>. Tale approccio soddisfa il bisogno di raccontarsi e di raccontare ciò che accade, di creare legami e connessioni fra eventi della propria vita, allo scopo di dare voce e risonanza ai <a href="http://www.psychomer.it/conoscenza-emozioni-e-realta/" target="_blank">vissuti emotivi</a> prodotti dalle esperienze. Scrivere la propria storia, di periodi di vita o di frammenti sparsi di essa, di persone incontrate e di momenti vissuti aiuta a trovare le connessioni perse ed a esplicitare spiegazioni che spesso rimangono nascoste.</p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY">L&#8217;<strong>autobiografia</strong> richiede attenzione e cura di sé, per collegare domini differenti dell&#8217;esistenza, fornendo un repertorio dei diversi modi di essere (<a href="http://www.psychomer.it/facebook-sul-tuo-profilo-sei-davvero-chi-dici-di-essere/" target="_blank">di sé</a>) nel tempo e nello spazio. È fondamentale però, che quanto prodotto venga condiviso; gli altri individui infatti, forniscono stimoli ed incoraggiano la formazione di nuovi modi di pensare e sentire.</p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY">Si potrebbe allora proporre un’idea di questo tipo: si presenta un tema di riflessione come l’amicizia, l’amore ecc. e si incoraggia ciascun soggetto a scrivere in merito a tale argomento, facendo riferimento alla propria storia personale. Le singole narrazioni verranno poi lette, condivise e discusse all’interno del gruppo. <a name="_GoBack"></a>Ilpercorso potrebbe essere strutturato secondo “arcipelaghi” di esplorazione come ad esempio sensazioni, figure, eventi chiave, ideologie personali ecc. In questo modo si ricorda, si rimembra, si rievoca e ci si confronta con l’altra persona. Ogni individuo narra all’altro frammenti della propria vita e riceve altri racconti in cambio.</p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY">A mio parere si tratterebbe di un gran bel metodo per arricchire sé stessi e gli altri. In fin dei conti non è molto diverso da ciò che cerchiamo di fare tutti i giorni sui <a href="http://www.psychomer.it/facebook-il-numero-di-amici-non-e-un-caso/" target="_blank">social network</a> (o noi in questo blog). Voi che ne pensate?</p>
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		<title>Autocontrollo e desiderio: come funzionano. 2 parte</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 05:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carmelo Di Mauro</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
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		<description><![CDATA[Riassumendo: chi è abile a sottrarsi a quelle situazioni che inducono in tentazione ha più probabilità di sperimentare un maggiore controllo sui desideri rendendoli meno pervasivi. Nel 2004 alcuni ricercatori hanno individuato gli aspetti neurologici coinvolti nelle capacità di autocontrollo e di esercizio della propria forza di volontà. Essi hanno indagato come il cervello reagisce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Riassumendo: chi è abile a sottrarsi a quelle situazioni che inducono in tentazione ha più probabilità di sperimentare un maggiore <a href="http://www.psychomer.it/un-autocontrollo-migliore-in-10-mosse/">controllo</a> sui desideri rendendoli meno pervasivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2004 alcuni <a href="http://www.biomedexperts.com/Abstract.bme/15486304/Separate_neural_systems_value_immediate_and_delayed_monetary_rewards">ricercatori</a> hanno individuato gli aspetti neurologici coinvolti nelle capacità di autocontrollo e di esercizio della propria forza di volontà. Essi hanno indagato come il cervello reagisce alle ricompense immediate o ritardate. I loro soggetti situati dentro uno scanner dovevano scegliere se accettare 5 dollari, che avrebbero ricevuto quasi subito, oppure un regalo di 40 dollari alcune settimane dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">Trovarono che la scelta connessa ad un’immediata gratificazione è associata all’attivazione delle cortecce visiva ed orbitale mediale, che si ritiene  siano sufficientemente coinvolte nell’interazione tra cervello emotivo e automatico. In generale, tutte le scelte innescavano la corteccia prefrontale dorso laterale (più o meno all’altezza della fronte), che sono quelle regioni dei lobi frontali connesse con i processi cognitivi superiori razionali e di controllo.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, come intuitivamente ci si sarebbe aspettato vengono attivate le regioni cerebrali che fanno da intersezione fra<a href="http://www.psychomer.it/pensieri-desideri-autocontrollo-fumo-e-repressione/" target="_blank"> comportamenti consumatori automatici e processi mentali di controllo superiore</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.psychomer.it/autocontrollo-e-desiderio-come-funzionano-2-parte/brain-2/" rel="attachment wp-att-4700"><img class="aligncenter size-full wp-image-4700" title="brain" src="http://psychomer.it/wp-content/uploads/2012/01/brain.jpg" alt="" width="360" height="360" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Sorprendentemente c’è un caso neurologico straordinario che conferma questa scoperta. Si tratta di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Phineas_Gage">Phineas Cage</a>, un ragazzo di 25 anni vissuto nell’ultimo Ottocento, noto nella letteratura scientifica perché una sbarra d&#8217;acciaio, a causa di una esplosione, gli oltrepassò il cranio penetrando la guancia sinistra e fuoriuscendo dalla parte superiore frontale. Furono irrimediabilmente distrutte quelle zone prefrontali cruciali per l’autocontrollo e la volontà di esecuzione di un progetto. Rimase miracolosamente vivo senza evidenti danni neurofisiologici e organici. Ma il suo comportamento cambiò radicalmente: non riuscendo a <a href="http://www.psychomer.it/cattive-abitudini-e-tentazioni-come-controllarle/" target="_blank">controllare i suoi impulsi</a> divenne rapidamente privo di inibizioni, irascibile, provocatore, immorale e incapace di frenare i propri desideri.</p>
<p style="text-align: justify;">Hofmann, W., Baumeister, R., Förster, G., and Vohs, K. (2011). Everyday temptations: An experience sampling study of desire, conflict, and self-control.Journal of Personality and Social Psychology DOI:<a href="http://dx.doi.org/10.1037/a0026545">10.1037/a0026545</a></p>
<p style="text-align: justify;">Samuel M McClure; David I Laibson; George Loewenstein; Jonathan D Cohen (2004). Separate neural systems value immediate and delayed monetary rewards. Science, 2004; 306(5695):503-7</p>
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		<title>Autocontrollo e desiderio: come funzionano. 1 parte</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 05:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carmelo Di Mauro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quante volte vi siete fermati davanti ad una rosticceria catturati dagli odori di frittura? Che dire della vetrina di una pasticceria? I conflitti interiori sono presenti in svariati momenti della nostra vita quotidiana. Una ricerca interessante mette in evidenza come funziona l’autocontrollo dato che in genere i conflitti sono più diffusi di quanto pensiamo. esistono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quante volte vi siete fermati davanti ad una rosticceria catturati dagli odori di frittura? Che dire della vetrina di una pasticceria?</p>
<p style="text-align: justify;">I <strong>conflitti interiori</strong> sono presenti in svariati momenti della nostra vita quotidiana. Una ricerca interessante mette in evidenza come funziona l’<strong>autocontrollo</strong> dato che in genere i conflitti sono più diffusi di quanto pensiamo. esistono <strong>desideri</strong> molto potenti che generano delle piccole guerre interiori di resistenza e le ricerche mostrano che non sono in fondo così irresistibili, anzi spesso possono essere controllati con successo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://faculty.chicagobooth.edu/wilhelm.hofmann/index.html">Wilhelm Hofmann</a> e il suo team hanno allestito un esperimento interessante.</p>
<p style="text-align: justify;">Hanno consegnato uno smartphone a 205 studenti che per una settimana, sette volte al giorno, sono stati chiamati per sapere se avessero un desiderio in quel momento o nei 30 minuti precedenti. I soggetti dovevano rispondere anche su alcuni aspetti dei loro desideri, ad esempio l’intensità, se ci fosse stata la presenza di un conflitto interiore, se avessero tentato di resistervi, se in tal caso <a href="http://www.psychomer.it/cattive-abitudini-e-tentazioni-come-controllarle/" target="_blank">ci fossero riusciti</a>. Infine dovevano riferire chi c&#8217;era con loro e dove fossero.</p>
<p style="text-align: justify;">I soggetti hanno risposto di aver percepito almeno un desiderio in circa la metà delle chiamate. Il più comune (il 28% ) è stata la fame, poi il sonno (10%), la sete (9%), l’uso di un dispositivo elettronico (8%), un contatto sociale (7%), il <a href="http://www.psychomer.it/il-calo-del-desiderio-sessuale-uno-strumento-diagnostico/" target="_blank">sesso</a> (5%) ed una pausa caffè (3%). La metà dei desideri ha causato un conflitto interno e, per il 40% di questi, i soggetti hanno provato a resistere. In particolare, i desideri che causavano conflitto comportavano una reazione attiva di autocontrollo che spesso finiva per essere effettiva. In assenza di resistenza, il 70% dei desideri veniva soddisfatto; resistendo invece, soltanto il 17% delle volte i soggetti cadevano in tentazione.</p>
<p style="text-align: justify;">In particolare, nell’esperimento è emerso un dato significativo: sembra che chi possiede un alto punteggio di <a href="http://www.psychomer.it/un-autocontrollo-migliore-in-10-mosse/" target="_blank">self-control</a>, in una scala che misura i tratti di personalità, <a href="http://www.psychomer.it/come-resistere-alla-tentazione-senza-sforzo/" target="_blank">resiste di più ad un desiderio</a>, ma per ragioni diverse da quanto ci si aspetti. Infatti i “resistenti” non possiedono una forza volontà impareggiabile, piuttosto sono in grado di evitare l&#8217;esposizione a quelle situazioni che possono sollecitare desideri irresistibili. altri fattori di personalità rilevante sono il perfezionismo ed il narcisismo, associati ad un basso livello di conflitto interno, poiché le persone con tali tratti “si sentono autorizzate” a godere dei loro desideri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.psychomer.it/autocontrollo-e-disiderio-come-funzionano-1-parte/controllo/" rel="attachment wp-att-4689"><img class="aligncenter size-full wp-image-4689" title="controllo" src="http://psychomer.it/wp-content/uploads/2012/01/controllo.jpg" alt="" width="450" height="300" /></a></p>
<p>Continua&#8230;</p>
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		<title>Prensione e deambulazione: due importanti conquiste nello sviluppo psicomotorio</title>
		<link>http://www.psychomer.it/prensione-e-deambulazione-due-importanti-conquiste-nello-sviluppo-psicomotorio/</link>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 05:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tatiana Porcelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo sviluppo psicomotorio comincia molto prima della nascita del bambino, come ben sanno le madri che avvertono i movimenti del feto: si tratta movimenti riflessi, automatici e provocati da stimoli o da impulsi nervosi. Dopo la nascita, si ha un’intensificazione nello sviluppo della psicomotricità che porta nel giro di dodici/quattordici mesi, a due conquiste: la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Lo <strong>sviluppo psicomotorio</strong> comincia molto prima della nascita del bambino, come ben sanno le madri che avvertono i movimenti del feto: si tratta movimenti riflessi, automatici e provocati da stimoli o da impulsi nervosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la nascita, si ha un’intensificazione nello sviluppo della psicomotricità che porta nel giro di dodici/quattordici mesi, a due conquiste: la <strong>prensione</strong> e la <strong>deambulazione</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Intorno al quinto/sesto mese, lo schema psicomotorio della prensione si stabilizza e si diversifica via via nei mesi successivi.</p>
<p style="text-align: justify;">A otto/nove mesi, il bambino è in grado di stare dritto, ma riesce a spostarsi solo camminando a quattro zampe; successivamente, in particolare intorno ai quindici mesi, è in grado di camminare da solo ( acquisisce quindi, la capacità di deambulazione).</p>
<p style="text-align: justify;">Gli schemi della prensione e della deambulazione sono importanti per vari motivi: in primo luogo, permettono di <strong>conoscere meglio la realtà</strong> ed, in secondo luogo, essi <strong>costituiscono le matrici</strong> a partire dalle quali si sviluppa una grande varietà di altri schemi motori.</p>
<p style="text-align: justify;">Nello <a href="http://www.psychomer.it/lo-sviluppo-cognitivo-1-parte/" target="_blank">sviluppo del soggetto</a>, agisce un meccanismo fondamentale che <a href="http://www.psychomer.it/lo-sviluppo-cognitivo-2-parte/" target="_blank">Piaget</a> definì “<em>equilibrio dinamico</em>” fra due processi: di<strong> assimilazione</strong> e di <strong>accomodamento</strong>. Nel primo caso, il bambino incorpora un evento o un oggetto in schemi psicomotori che già possiede; nel secondo, il bambino modifica gli schemi per adattarsi ad aspetti della realtà fino ad allora sconosciuti per lui. Vediamo ora due esempi:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><em>prensione</em>: il bambino impara ad afferrare il manico di un cucchiaio serrando tutte le dita ed applicherà così tale schema alla prensione di altri oggetti simili come ad esempio, una matita (assimilazione). Se però gli presentiamo un oggetto diverso come una pallina da ping pong, deve modificare gli schemi che già possiede (accomodamento);</li>
<li><em>deambulazione</em>: il bambino è in piedi e inclina il corpo in avanti; la percezione di imminente caduta è lo stimolo che lo porta a sollevare un piede e a spostare la gamba in avanti; la percezione del contatto della gamba col terreno è a sua volta, lo stimolo che lo induce a spostare su di essa il peso del corpo, e ad inclinarlo nuovamente in avanti, sollevando stavolta l’altra gamba e così via. Tuttavia se il terreno è in discesa, il tentativo di applicare tale schema non va bene;</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">con il procedere dello sviluppo e della crescita il bambino acquisisce ulteriori abilità e diviene mano a mano maggiormente <a href="http://www.psychomer.it/cognitivismo-e-apprendimento-1-parte/" target="_blank">consapevole delle potenzialità del proprio corpo</a>; ad esempio sarà prendere al volo qualcosa che gli viene lanciato o di correre lanciando una palla.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Attaccamento insicuro e disturbi di personalità</title>
		<link>http://www.psychomer.it/attaccamento-insicuro-e-disturbi-di-personalita/</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 05:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Concetta Maffione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[PsicoPedagogia dello Sviluppo]]></category>
		<category><![CDATA[attaccamento]]></category>
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		<description><![CDATA[Le relazioni affettive che instauriamo nei primi anni di vita con le figure di riferimento (caregiver) sono fondamentali per favorire un adeguato e sano sviluppo dell’individuo. Secondo Bowlby (1958) i comportamenti e il tipo di relazioni affettive stabilite con i genitori e soprattutto con la madre incidono sul modo di organizzare il rapporto con gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Le relazioni affettive che instauriamo nei primi anni di vita con le figure di riferimento (caregiver) sono fondamentali per favorire un adeguato e sano sviluppo dell’individuo.</p>
<p align="JUSTIFY">Secondo <strong>Bowlby</strong> (1958) i comportamenti e il tipo di relazioni affettive stabilite con i genitori e soprattutto con la madre incidono sul modo di organizzare il rapporto con gli altri (con gli amici, col partner, il grado di fiducia che si ha nel prossimo…) e sull’adattamento futuro. L’autore parla di <a href="http://www.psychomer.it/la-teoria-dellattaccamento/">attaccamento</a> per riferirsi allo speciale legame affettivo che il bambino instaura con la persona che lo accudisce, e dimostra che <strong>lo sviluppo armonioso della personalità del bambino dipende proprio da un adeguato attaccamento alla figura materna</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Nello specifico, secondo Bowlby (1969) l’aver avuto, durante l’infanzia, una figura di accudimento sensibile ai bisogni, porterà il bambino a sviluppare uno <strong>stile d’attaccamento sicuro</strong>, per cui nutrirà un <a href="http://www.psychomer.it/la-percezione-della-propria-autoefficacia-quanto-influisce-sulla-capacita-di-far-fronte-allo-stress/" target="_blank">senso di fiducia in se stesso</a> e nel mondo e sarà capace di fronteggiare in modo adeguato le diverse situazioni. Al contrario, una figura d’attaccamento incapace di rispondere con sensibilità ai bisogni del piccolo, favorirà lo sviluppo di un forte senso d’insicurezza e sfiducia verso l’altro e verso se stessi, contribuendo allo sviluppo di un <strong>attaccamento insicuro</strong>. Questi stili d’attaccamento tendono ad essere costanti nel tempo e ad essere impiegati nelle diverse situazioni relazionali.</p>
<p align="JUSTIFY">Esistono almeno <strong>tre stili d’attaccamento insicuro</strong>:</p>
<ul>
<li>
<div align="JUSTIFY"><strong>insicuro evitante</strong>, il bambino, anche in situazioni di disagio, non ricerca la figura di accudimento perché sa di non poter contare su di lei e appare eccessivamente autonomo per la sua età;</div>
</li>
<li>
<div align="JUSTIFY"><strong>insicuro ambivalente</strong>, il bambino manifesta angoscia da separazione, limita i momenti di esplorazione dell’ambiente e al ricongiungimento con la figura materna è inconsolabile;</div>
</li>
<li>
<div align="JUSTIFY"><strong>insicuro disorganizzato/disorientato</strong>, il bambino appare disorientato, ha comportamenti inadeguati alla situazione, contraddittori e conflittuali. Quest’ultimo tipo d’attaccamento è spesso evidente in bambini che hanno <a href="http://www.psychomer.it/lo-sviluppo-del-se-nei-bambini-maltrattati/" target="_blank">subito maltrattamenti</a> da parte dei genitori o di chi ne fa le veci.</div>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY">Come già accennato sopra, le relazioni d’attaccamento incidono sullo sviluppo della personalità dell’individuo. Autori come <strong>Lorenzini e Sassaroli</strong> (1995) hanno focalizzato l’attenzione proprio sul <strong>rapporto tra stili d’attaccamento e sviluppo della personalità</strong> e hanno messo in luce che esiste una <strong>corrispondenza tra attaccamento insicuro, stile di pensiero e disturbi di personalità</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY"> In particolare, un attaccamento insicuro ambivalente è caratterizzato da uno <strong>stile di pensiero di evitamento</strong>, cioè, questi individui tendono a restringere le possibilità di esplorazione di nuove situazioni per evitare d’essere contraddetti in ciò che fanno o dicono, per evitare invalidazioni. Questo tipo di attaccamento e stile di pensiero sono tipici del disturbo di personalità dipendente, in cui la <strong>strategia di evitamento</strong> è utilizzata per evitare il contrasto con gli altri; del disturbo ossessivo-compulsivo, dove il confronto con gli altri è evitato per via <strong>dell’eccessivo perfezionismo</strong>; e del disturbo evitante in cui si evita l’altro per <strong>timore d’essere giudicati</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">L’attaccamento insicuro evitante può determinare uno stile di pensiero detto d’<strong>immunizzazione</strong>, in cui l’individuo crea delle ipotesi ad hoc per evitare d’essere invalidato. Ciò è tipico dei disturbi di <strong>personalità paranoide</strong>, in cui l’idea che il mondo sia cattivo non può essere contraddetta neanche da prove concrete; <strong>schizoide</strong>, in cui domina la totale indifferenza verso gli altri e loro idee; e <strong>schizotipico</strong>, in cui all’indifferenza per le relazioni sociali si aggiunge la bizzarria dei pensieri.</p>
<p align="JUSTIFY">L’attaccamento disorganizzato può, invece, sviluppare uno <strong>stile cognitivo ostile</strong>, proprio d’individui che screditano la fonte da cui provengono le invalidazioni e ribadiscono con forza la propria versione dei fatti. Questo è presente nel disturbo di <strong>personalità antisociale</strong>, caratterizzato dalla manipolazione degli altri e dalla mancanza di rimorso; e in quello <a href="http://www.psychomer.it/terapia-con-soggetti-borderline-9-principi-fondamentali/" target="_blank"><strong>borderline</strong></a> in cui il senso d’identità è fragile ed è presente una reale dipendenza dagli altri, fino al punto che quando l’altro si nega, si trasforma in un nemico da annientare.</p>
<p align="JUSTIFY">Quanto detto finora, non deve portarci a pensare che uno stile d’attaccamento insicuro possa necessariamente portare a sviluppare un disturbo di personalità, ma è sicuramente un fattore di vulnerabilità rispetto a chi ha sviluppato un attaccamento sicuro. Detto questo, <strong>è possibile anche nel corso della vita fare esperienze positive, incontrare persone che possono favorire un cambiamento del proprio stile di pensiero</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel caso in cui queste rappresentazioni mentali dovessero apparire molto rigide, <strong>è possibile pensare di rivolgersi al terapeuta</strong>. Nella<a href="http://www.psychomer.it/come-affrontare-il-disagio-psicologico-e-lo-stress-che-ne-deriva-1-parte/" target="_blank"> relazione terapeutica si aiuta il soggetto</a> a divenire consapevole delle proprie rappresentazioni mentali negative e a capire che tali modelli appartengono al passato e possono non essere adatti per leggere e interpretare gli eventi presenti e futuri, per cui vanno modificati.</p>
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		<title>Quando i bulli siamo noi</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 05:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Arianna Motteran</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[PsicoPedagogia dello Sviluppo]]></category>
		<category><![CDATA[bullismo]]></category>
		<category><![CDATA[diffusione di responsabilità]]></category>
		<category><![CDATA[disimpegno morale]]></category>
		<category><![CDATA[gregari]]></category>
		<category><![CDATA[vittima]]></category>

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		<description><![CDATA[Spesso sentiamo parlare di bullismo, come di un fenomeno che coinvolge bambini, ma soprattutto ragazzi delle classi medie o superiori. Iannaccone, nel suo libro “Né vittime, né prepotenti” (2007), lo definisce un tipo di atteggiamento aggressivo, caratterizzato da intenzionalità, sistematicità e asimmetria di potere. Le azioni messe in atto più frequentemente sono lo scherno, l’esclusione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Spesso sentiamo parlare di <a href="http://www.psychomer.it/il-bullismo-puo%E2%80%99-essere-tramandato-dai-genitori/" target="_blank">bullismo</a>, come di un fenomeno che coinvolge bambini, ma soprattutto ragazzi delle classi medie o superiori. Iannaccone, nel suo libro “Né vittime, né prepotenti” (2007), lo definisce un tipo di <strong>atteggiamento aggressivo</strong>, caratterizzato da <strong>intenzionalità</strong>, <strong>sistematicità</strong> e <strong>asimmetria di potere</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Le azioni messe in atto più frequentemente sono lo scherno, l’esclusione, l’umiliazione, la richiesta di cibo, denaro o altri oggetti. La dinamica relazionale che si viene a creare prevede tre figure: un <strong>bullo</strong>, ovvero colui che in qualità di leader tira le fila del “gioco”, determina il capro espiatorio e le modalità con cui esercitare la sua “autorità”; la <strong>vittima</strong>, ossia la persona presa di mira che solitamente corrisponde ad un outsider, ad un secchione o semplicemente al più debole. Infine, vi sono i cosiddetti “<strong>gregari</strong>”, ovvero coloro che potremmo chiamare “spalleggiatori”, in quanto fungono da sostegno del bullo. Sono alle dipendenze del capo, perché fanno quello che potrebbe piacere a lui, in questo caso, prendersi gioco di un compagno debole.</p>
<p style="text-align: justify;">La cosa importante da sottolineare è che il bullo senza gregari non sarebbe nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Assistere ad un atto di bullismo non è infrequente. A me è capitato un paio di mesi fa, in pullman, mentre stavo ritornando a casa dall’università. Un bullo, semisdraiato su due sedili, due gregari, seduti sui sedili paralleli a quello del bullo e la vittima, seduta un sedile più avanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il bullo parla di continuo, utilizza un linguaggio alquanto colorito; gli argomenti sono ragazze, motorini, scuola. Ogni tanto si fa beffe della vittima e i gregari lo sostengono, facendo a loro volta lo stesso. La cosa particolare è che il bullo non si prende gioco solamente della vittima, ma in maniera più velata e meno pesante, anche dei gregari. Lo scopo è, infatti, quello di farli sentire parte della sua cerchia amicale, ma al tempo stesso, inferiori a lui. Non c’è paragone, però, con quello che viene inflitto al capro espiatorio e la sofferenza che prova è manifesta nel suo viso triste, ma quasi rassegnato. Negli occhi il desiderio di essere accettato e la disillusione che nulla potrà cambiare. Ogni tanto getta un’occhiata verso di me, verso altre persone, come a chiedere un aiuto, ma nessuno muove un dito. Nessuno dice nulla. Vorrei fare qualcosa, ma non riesco. Non so come dargli una mano: rivolgendomi a lui o a loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’esitazione e per una mia mancanza di coraggio, il tempo passa e sfuma l’occasione di intervenire e oppormi ad una situazione offensiva e lesiva. Come me, <a href="http://www.psychomer.it/il-disimpegno-morale/" target="_blank">lo stesso fanno gli altri</a>, quasi avvezzi ad una simile scena. L’abitudine, la mia stessa paura, o forse, il fatto di non ritenersi coinvolti in quello che sta accadendo lasciano inermi e impediscono di “intromettersi”. Non ci siamo sentiti responsabili, quando invece lo eravamo tutti, dal primo all’ultimo. Abbiamo permesso al bullismo di continuare, lo abbiamo accettato e siamo diventati gregari, nostro malgrado.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli psicologi sociali parlerebbero di “influenza sociale”, o meglio di “<a href="http://www.psychomer.it/ebook/il-disimpegno-morale/" target="_blank">diffusione della responsabilità</a>”, che prevedono la manifestazione di una risposta comportamentale non diversa da quella degli altri. “Se tutti non dicono niente, perché dovrei farlo io? La responsabilità non è di certo mia”. Di conseguenza, ognuno continua a farsi gli affari propri. C’è chi guarda fuori dal finestrino, chi legge un libro o un giornale, chi ascolta l’i-pod, chi parla con il suo vicino, chi chiude gli occhi per dormire o per non essere coinvolto. “Lavarsi le mani” è la soluzione più comoda, ma non è quella più giusta. Interessarsi dell’altro non vuol dire intromettersi, ma prendersi cura di lui con una cura non invasiva, ma al contrario prevista dal nostro essere cittadini ed esseri umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Adriano Zamperini, nel testo “Le prigioni della mente” (2004) parla di inerzia, ritenendo che il nostro modo di vivere è a volte spinto da una forza intrinseca a sé stante. Non ci fermiamo per riflettere, non acceleriamo, non rallentiamo. Andiamo avanti secondo un moto indipendente da noi. E noi dove siamo? Chi siamo? Siamo parte di una società, di una comunità, di una famiglia, ma siamo anche individui, soggetti e soprattutto “persone”, con una loro mente e una loro riflessività. Siamo perciò capaci di riconoscere quando qualcuno sta esercitando sull’altro un’<a href="http://www.psychomer.it/chi-fa-mobbing-prima-era-un-bullo/" target="_blank">autorità eccessiva</a>, una sottomissione a parole, un’umiliazione, un atto che ferisce l’autostima, l’identità e la sensibilità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando non alziamo nemmeno un dito, i veri bulli siamo noi</strong>… perché il bullismo non è il frutto di una sola persona avente un atteggiamento aggressivo, ma anche e soprattutto di coloro che rimangono a guardare.</p>
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		<title>Le emozioni influenzano la creatività</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 05:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Concetta Antelmi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Creatività ed Emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Adam]]></category>
		<category><![CDATA[Blaney]]></category>
		<category><![CDATA[creatività]]></category>
		<category><![CDATA[emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Schachter]]></category>
		<category><![CDATA[teoria bifattoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutte le emozioni, positive e negative, attraversano il mondo interiore dell’essere umano. Non si scostano da questa verità gli artisti,  come si nota dalla lettura delle biografie di alcuni come Van Gogh, Leopardi, Cèzanne ect., tutti invasi da emozioni negative, sofferenti, melanconici  o addirittura depressi. Ma le emozioni influenzano la creatività? Ebbene si! Più una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tutte le emozioni, positive e negative, attraversano il mondo interiore dell’essere umano. Non si scostano da questa verità gli artisti,  come si nota dalla lettura delle biografie di alcuni come Van Gogh, Leopardi, Cèzanne ect., tutti invasi da emozioni negative, sofferenti, melanconici  o addirittura depressi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma le emozioni influenzano la<a href="http://www.psychomer.it/locchio-della-creativita-tra-genio-e-follia-1-parte/" target="_blank"> creatività</a>?</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene si! <strong>Più una persona prova eccitazione più è in grado di creare</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Una ricerca condotta nel 1996 all&#8217;Università di Miami, da Jill Adam e  Paul Blaney, dimostra quanto anticipato. Essi portarono un gruppo di persone all’ascolto di brani musicali per 20minuti,  suscitando in loro diverse <a href="http://www.psychomer.it/parliamo-di-emozioni-1-parte/" target="_blank">emozioni</a>. Una parte del gruppo ascoltava brani che suscitavano gioia, altri tristezza ed altri ancora brani &#8220;neutri&#8221;. Al termine dell’ascolto, per valutare la creatività, i soggetti venivano sottoposti ad un test di pensiero divergente,che consisteva nel proporre diversi impieghi di un oggetto di uso comune. I punteggi più alti erano dati dai soggetti che avevano provato<a href="http://www.psychomer.it/parliamo-di-emozioni-2-parte/" target="_blank"> emozioni</a>, indipendentemente che fossero di gioia o tristezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;ulteriore conferma al fatto che bisogna provare eccitazione per provare <a href="http://www.psychomer.it/parliamo-di-emozioni-3-parte/" target="_blank">emozione </a>ed essere creativi viene da:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La teoria bi-fattoriale delle emozioni</strong> di Schachter.  Egli postula che per provare un’emozione siano necessari due elementi: una <em>attivazione fisiologica</em>, ed una situazione  che ci consenta di <em>interpretare la detta attivazione</em>. Uno degli esperimenti più celebri che forniscono evidenze a questo modello consiste nell’iniettare a dei soggetti un composto precursore dell’adrenalina, in grado di causare attivazione  indipendentemente dagli eventi esterni. I soggetti vengono poi spostati in una stanza, insieme ad una persona che mostra rabbia e malcontento a causa delle condizioni sperimentali, oppure con una persona allegra che si dimostra entusiasta dell’esperimento. Non solo i soggetti, alla fine dell’esperimento, riferiscono di aver provato <a href="http://www.psychomer.it/lamore-ci-rende-creativi/" target="_blank">emozioni coerenti</a> con il complice, ma dicono di aver provato un&#8217;emozione più &#8220;forte&#8221; rispetto a coloro che hanno subito la semplice iniezione.</p>
<p style="text-align: justify;">Per poter <a href="http://www.psychomer.it/aumentare-la-creativita-7-tecniche-psicologiche-insolite/" target="_blank">essere originali, creativi </a>e artistici dobbiamo  quindi emozionarci, vibrare in qualche modo ed essere in grado di contattare i nostri stai interni, indipendentemente dalla valenza (positiva o negativa) di questi.</p>
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		<title>Adolescenti: regolazione delle emozioni, stress sociale e capacità di coping. Una ricerca sul campo. 2 parte</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 05:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Sacchettino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[PsicoPedagogia dello Sviluppo]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[coping]]></category>
		<category><![CDATA[disegno di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[goal framing]]></category>
		<category><![CDATA[stress sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[Il campione della ricerca era composto da 626 studenti  (M. 354 e F. 272) delle scuole superiori, in età compresa tra i 14 ed i 16 anni, ai quali fu chiesto loro di completare un questionario sul Coping e lo Stress analizzando, in particolare, come essi giudicavano nove situazioni stressanti e come si comportavano in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il campione della ricerca era composto da 626 studenti  (M. 354 e F. 272) delle scuole superiori, in età compresa tra i 14 ed i 16 anni, ai quali fu chiesto loro di completare un questionario sul Coping e lo <a href="http://www.psychomer.it/crescita-mentale-acquisizione-di-conoscenza-invalidazione-incremento-conoscitivo-e-valore-dello-stress-1-parte/" target="_blank">Stress</a> analizzando, in particolare, come essi giudicavano nove situazioni stressanti e come si comportavano in tali situazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Al fine della ricerca, venivano presi in considerazione soltanto gli studenti che indicavano di aver provato una determinata situazione di stress negli ultimi mesi (Frequenza della valutazione). Il Goal framing fu valutato con domande a risposta chiusa.</p>
<p style="text-align: justify;"> Sono stati esaminati 5 aspetti:</p>
<ol style="text-align: justify;" start="1">
<li>Intensità dello stress</li>
<li>Emozioni positive e negative</li>
<li>Regolazione delle emozioni</li>
<li>Supporto sociale percepito</li>
<li>Goal framing</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"> Successivamente, sono state sviluppate le seguenti 5 ipotesi :</p>
<p style="text-align: justify;">
<ol style="text-align: justify;" start="1">
<li><strong>Il goal framing</strong>, cioè il modo in cui gli adolescenti danno significato allo stressor, influisce sulla personale scelta della strategia di coping. Più specificamente, gli studenti il cui obiettivo è mantenere il proprio benessere individuale, si affidano alle strategie di coping <em>“come to terms”</em> (scendere a patti), anzichè alle strategie basate sull’affrontare lo stressor.  Il contrario accade negli studenti  che hanno come obiettivo di risolvere il conflitto (FS strategies).</li>
<li><strong>Il diverso uso del coping degli studenti</strong>, si riflette nei diversi aspetti della loro rappresentazione mentale dello stressor. Più specificamente, le strategie che affrontano lo stress sono associate positivamente ad intensità dello stress, emozioni negative e disponibilità percepita dei coetanei. Queste strategie di  coping sono associate negativamente ad emozioni positive e alla disponibilità percepita del sostegno dei genitori. Opposte associazioni avverranno per il coping in cui si cerca di scendere a patti (CT strategies).</li>
<li><strong>L’intensità dello stress in una situazione di conflitto con l’autorità dei genitori</strong> è direttamente influenzata da strategie FS (stress in aumento), da regolazione di emozioni (stress in diminuzione), da supporto sociale (stress in diminuzione) e da goal framing (la risoluzione del conflitto aumenta lo stress).</li>
<li>Nei modelli stimati è stata fatta una <strong>distinzione tra strategie di coping focalizzate sul problema e quelle focalizzate sulle emozioni</strong> (approccio ed elusione) e generalmente si crede che il coping focalizzato sul problema porti più benefici a lungo termine per affrontare le avversità rispetto al coping emozionale (Lazarus e Folkman, 1984).</li>
<li>Tuttavia, molti autori hanno sostenuto che senza la conoscenza del “goal” dell’individuo è quasi<strong> impossibile fare previsioni sull’efficienza della strategia di coping</strong>, mettendola in relazione con un particolare stressor (Boekaerts, 1996).</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">I risultati dello studio dimostrano che il Goal Freming ha lo scopo di creare una <em>forma mentale</em>, rivolta al contenuto e allo scopo delle strategie di coping utilizzate.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.psychomer.it/ladolescenza%E2%80%A6-conflitto-tra-indipendenza-e-dipendenza-una-storia-clinica-1-parte/" target="_blank">Gli adolescenti</a> che si focalizzano sia sugli stati finali desiderati, sia su quelli indesiderati per risolvere il conflitto, tendono a sperimentare più stress e ad utilizzare strategie FS, rispetto a quelli che si concentrano soprattutto sugli stati finali desiderabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Per contro, l’uso di strategie di coping CT, non dipende dal goal framing.</p>
<p style="text-align: justify;">La rappresentazione mentale che gli studenti hanno dello stressor dipende dalla modalità di coping che utilizzano nel conflitto con l‘autorità  dei genitori.</p>
<p style="text-align: justify;">Il processo di<strong> creazione di significato</strong> degli studenti che utilizzano strategie di coping CT, è totalmente diversa da quella dei giovani che fanno uso di strategie di coping FS.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è tanto l’alta regolazione delle emozioni che ha un effetto benefico sull’intensificazione degli sforzi, ma il controllo suddiviso tra regolazione delle emozioni ed il venire a patti con le proprie strategie di coping.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Goal Framing, la regolazione delle emozioni e la percezione del supporto sociale sono tre aspetti importanti della rappresentazione mentale di un giovane: influenzano l’allenamento ad affrontare<strong> intensità dello stress</strong> e quindi la scelta della <strong>modalità di coping</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo spiega perché alcuni <a href="http://www.psychomer.it/ladolescenza-conflitto-tra-indipendenza-e-dipendenza-una-storia-clinica-2-parte/" target="_blank">ragazzi considerano il conflitto con l’autorità</a> dei propri genitori come un aspetto normale della vita quotidiana al quale devono adattarsi, mentre altri lo vedono come una sfida dello sviluppo.</p>
<p style="text-align: justify;">La Boekaerts sostiene che i risultati della propria ricerca, per quanto riguarda l’interazione tra coping ed i vari aspetti della rappresentazione mentale dello stress, devono essere interpretati con cautela, poiché sono stati evidenziati in relazione ad un solo tipo di stress sociale e conclude che in ricerche future occorrerà determinare per quali motivi i giovani decidono di utilizzare le strategie di coping focalizzate sulle emozioni piuttosto che sul problema, proprio in relazione ai vari tipi di stress.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo l’autrice si può però affermare che la scelta di una modalità di coping è determinata dal contesto che si crea come risultato di un processo di “generazione di senso”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Goal Framing</strong>,<strong> regolazione delle emozioni </strong>e<strong> percezione del supporto sociale </strong>sono tre aspetti importanti della rappresentazione mentale di un giovane che influiscono sull’allenamento ad affrontare l’intensità dello stress e quindi sulla scelta della modalità di coping. Questo spiegherebbe perché alcuni ragazzi considerano un conflitto con l’autorità dei propri genitori come un aspetto normale della vita quotidiana, al quale devono adattarsi, mentre altri lo vedono come una sfida dello sviluppo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Fonte: articolo INTENSITY OF EMOTIONS, EMOTIONAL REGULATION, AND GOAL FRAMING: HOW ARE THEY RELATED TO ADOLESCENTS’ CHOICE OF COPING STRATEGIES? (Monique Boekaerts) &#8211; Anxiety, Stress and Coping, 2002, Vol. 15, No. 4, pp. 401–412</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Adolescenti: regolazione delle emozioni, stress sociale e capacità di coping. Una ricerca sul campo. 1 parte</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 05:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Sacchettino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[PsicoPedagogia dello Sviluppo]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenti]]></category>
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		<description><![CDATA[Gli studi sui problemi comportamentali di ragazzi in età scolastica e sui comportamenti devianti e antisociali nell’adolescenza, sostengono che questi siano associati a conflitti e tensioni che i bambini sperimentano presto nella loro vita, soprattutto quando presentano un attaccamento insicuro con i propri genitori. Differenze individuali e temperamento giocano un ruolo importante nel modo in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Gli studi sui problemi comportamentali di ragazzi in età scolastica e sui comportamenti devianti e antisociali nell’adolescenza, sostengono che questi siano associati a<strong> conflitti e tensioni</strong> che i bambini sperimentano presto nella loro vita, soprattutto quando presentano un <a href="http://www.psychomer.it/la-teoria-dellattaccamento/" target="_blank">attaccamento</a> insicuro con i propri genitori. Differenze individuali e temperamento giocano un ruolo importante nel modo in cui i giovani danno importanza ad un fattore di<strong> stress</strong> (Achenbach et al.,1987)</p>
<p style="text-align: justify;">Monique Boekaerts (Center for the Study of Education and Instruction, Leiden University, The Netherlands), nel 2002 ha effettuato una ricerca, analizzando come la regolazione emozionale ed il goal framing (modo con cui gli  adolescenti danno significato agli stressors) siano collegati alla scelta di <a href="http://www.psychomer.it/personalita-e-stili-daffronto-dello-stress-il-coping/" target="_blank">strategie di coping</a>.<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’autrice esamina un gruppo di adolescenti relativamente a come essi reagiscono ad uno specifico stressor sociale: <strong>il conflitto con l’autorità dei genitori</strong>; la ricerca è focalizzata sugli obiettivi degli studenti visti come un incentivo per agire e va oltre la teoria sull’appraisal, ovvero la valutazione immediata ed automatica di un evento considerato come positivo o negativo per il benessere e gli scopi individuali (Lazarus e Folkman, 1984 e Lazarus, 1991), sottolineando che gli obiettivi degli studenti determinano la direzione, il contenuto e lo scopo delle loro azioni in generale e le loro strategie di coping in particolare.</p>
<p style="text-align: justify;">La Boekearts parte dai modelli di studi precedenti, i quali hanno fatto una distinzione tra strategie di coping focalizzato sul problema e quello focalizzato sulle <a href="http://www.psychomer.it/conoscenza-emozioni-e-realta/" target="_blank">emozioni </a>(approccio ed elusione). Generalmente si crede che il coping focalizzato sul problema porti più benefici per affrontare le difficoltà rispetto al coping focalizzato sulle emozioni (Boekearts e Spangler <em>et al.</em>, parlano entrambi di coping riferendosi al termine introdotto da Lazarus nel 1966, che indica l’insieme delle strategie cognitive, mentali e comportamentali messe in atto da una persona per fronteggiare una situazione di stress).</p>
<p style="text-align: justify;">Molti autori hanno sostenuto che senza conoscere l’obiettivo dell’individuo è quasi impossibile fare ipotesi sull’efficacia della strategia di coping, messa in relazione con un particolare fattore di stress (cf. Boekaerts,1996).</p>
<p style="text-align: justify;">Le strategie di coping si dividono in<strong> due schemi</strong>, in base a fattori analitici: combattere il fattore di stress (lo stressor) o fare in modo di accettarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">La Boekearts ha esaminato la relazione fra tali due schemi di coping ed i vari aspetti  della rappresentazione mentale dello stressor da parte degli studenti, sostenendo che il modo in cui gli studenti elaborano lo scopo del coping  avrebbe effetti sulle strategie di coping utilizzate. Sono stati testati gli effetti diretti delle strategie di coping, la regolazione delle emozioni ed il <a href="http://www.psychomer.it/il-sostegno-sociale-riunirsi-a-tavola/" target="_blank">supporto sociale</a> sull’intensità dello stress, così come gli effetti moderati del tipo  di coping utilizzato nel rapporto tra regolazione emozionale e stress provato. Si pensa che alcuni tra i più giovani considerino il conflitto con l’autorità dei loro genitori come un normale aspetto del quotidiano, mentre altri lo vedano come una sfida dello sviluppo.</p>
<p style="text-align: justify;">Continua&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Ruminazione mentale: pensare troppo fa male, soprattutto alle donne</title>
		<link>http://www.psychomer.it/ruminazione-mentale-pensare-troppo-fa-male-soprattutto-alle-donne/</link>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 05:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Concetta Maffione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia Quotidiana]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[Nolen-Hoeksema]]></category>
		<category><![CDATA[pensare troppo]]></category>
		<category><![CDATA[ruminazione mentale]]></category>

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		<description><![CDATA[Succede a tutti noi, a volte, di pensare troppo, ovvero di focalizzare la nostra attenzione su una data situazione, su un problema, o su un evento di vita, esaminandolo in maniera dettagliata, analizzandone le cause, le conseguenze e le emozioni che ne derivano; ma se tale modalità di pensiero diviene un processo quotidiano, continuativo e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Succede a tutti noi, a volte, di pensare troppo, ovvero di focalizzare la nostra attenzione su una data situazione, su un problema, o su un evento di vita, esaminandolo in maniera dettagliata, analizzandone le cause, le conseguenze e le emozioni che ne derivano; ma se tale modalità di pensiero diviene un processo quotidiano, continuativo e prolungato, può rappresentare un vero e proprio problema!</p>
<p style="text-align: justify;">Il “<strong>pensare troppo</strong>” è chiamato in letteratura: <strong>ruminazione mentale</strong>. Esistono diverse definizioni di ruminazione mentale tra cui quella di Martin e Tesser (1996) che la definiscono come:<em>&#8221; insieme di pensieri ripetitivi che tendono a proporsi ripetutamente e in modo intrusivo penetrando la mente dell’individuo anche contro la propria volontà e, di conseguenza, ostacolando l’attività corrente&#8221;</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nolen-Hoeksema (1991) individua la ruminazione come totalmente disadattiva:&#8221; <em>essa è intesa come un’attenzione focalizzata sugli stati d’umore negativo ed è un antecedente significativo della depressione</em>&#8220;. Secondo l’autrice infatti la ruminazione <strong>prolunga e accentua i sintomi depressivi</strong>, attiva pensieri e ricordi negativi ed ostacola le capacità di problem solving (risoluzione dei problemi) impedendo di fronteggiare in maniera adeguata le situazioni di vita quotidiana; può inoltre provocare isolamento sociale (il pensare troppo può spesso portare l’individuo a essere “pesante” e logorante nelle relazioni con gli altri, tanto da portarli a prendere le distanze).</p>
<p style="text-align: justify;">La letteratura suggerisce che le donne hanno una maggiore tendenza a ruminare rispetto agli uomini e ciò, a sua volta, le rende più propense a sviluppare disturbi emotivi come la depressione, poiché la ruminazione porta all’uso di stili di risposta passivi che non consentono di fronteggiare adeguatamente le diverse situazioni di vita quotidiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa maggiore propensione, da parte delle donne, potrebbe essere spiegata da alcune caratteristiche individuali (Nolen-Hoeksema e Jackson, 2001): in primo luogo, rispetto agli uomini, le donne sono più propense a credere di avere uno<strong> scarso controllo sulle emozioni negative</strong>. Tale credenza deriva dal mancato apprendimento di <a href="http://www.psychomer.it/personalita-e-stili-daffronto-dello-stress-il-coping/" target="_blank">strategie di coping</a> più attive durante l’infanzia. Nel caso specifico, emerge che mentre alle bambine non sono insegnate, da parte dei genitori, strategie di coping attive per fronteggiare stati d’umore negativi, rischiando inconsapevolmente di rinforzare la ruminazione, nei bambini è vietata qualsiasi manifestazione di emozioni come paura e tristezza, spingendoli ad attivare stili di risposta più attivi come la distrazione o la costruttiva risoluzione dei problemi; in secondo luogo, rispetto agli uomini, le donne si sentono <strong>più responsabili delle emozioni</strong> che manifestano nelle relazioni con gli altri e avvertono la necessità di mantenere rapporti positivi a tutti i costi ponendo attenzione ad ogni sfumatura dei loro rapporti; in terzo luogo, hanno una <strong>maggiore percezione di scarso controllo sugli eventi</strong> di vita importanti rispetto agli uomini e ciò contribuisce ad incrementare la ruminazione.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, la ruminazione può essere davvero deleteria per la nostra quotidianità e non solo, poiché costituisce un fattore di rischio per la <a href="http://www.psychomer.it/depressione-e-mancanza-di-relazioni/" target="_blank">depressione</a>; rafforza i pensieri negativi; interferisce con la soluzione interpersonale dei problemi; indebolisce la motivazione a impegnarsi nel comportamento strumentale ed ostacola le <a href="http://www.psychomer.it/le-strutture-cerebrali-della-gerarchia-sociale/" target="_blank">relazioni sociali</a>. Per tali motivi, è opportuno imparare a sottrarsi da questa modalità di pensiero così disadattiva e a fronteggiare le situazioni di vita quotidiana con maggiore obiettività e distacco, in modo da non farsi risucchiare nel vortice di queste emozioni negative.</p>
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