Come reagisci al DOLORE (altrui)?!
Jody Osborn e Stuart Derbyshire, dell’Università di Birmingham, hanno reclutato 108 partecipanti e gli hanno mostrato sia immagini statiche, che video, di eventi dolorosi. I partecipanti sono stati invitati a riferire tutto ciò che provavano durante la visualizzazione e a votare, tramite un questionario, il grado di disgusto, sgradevolezza, tristezza e paura provocata. Inoltre, terminato questo, è chiesto loro di riferire il grado di empatia verso la persona che provava il dolore (per ogni singola immagine).
31 di 108 hanno riferito di provare dolore in risposta alla visualizzazione di una o più immagini. La sensazione maggiormente descritta è stata quella di “formicolio” seguita da “male”; altre sono state: “sparo”, “pulsare” e “fitte”. Il dolore provato è stato descritto come “sfuggente” con durata di pochi secondi, “appena l’immagine appariva”. L’immagine che ha suscitato le reazioni maggiori è stata una foto, in bianco e nero, di un atleta con una gamba spezzata. Il dato interessante è che i soggetti hanno riportato, sempre tramite il questionario, di provare dolore nello stesso punto rappresentato nell’immagine (nel caso sopra citato lo provavano alla gamba).
Successivamente, 10 dei soggetti che avevano dichiarato di provare dolore, sono stati selezionati per uno studio di neuroimaging, insieme ad altri 10 soggetti, che non avevano provato dolore, usati come controllo. é stato monitorato il funzionamento cerebrale dei 20 soggetti durante una seconda visione delle immagini dolorose, che ha confermato come, nei soggetti che avevano provato dolore c’era una maggiore attivazione di aree cerebrali collegate ad esso, tra cui: corteccia del cingolo anteriore, insula, corteccia prefrontale esomatosensoriale. Anche nel gruppo di controllo c’è stata un’attivazione delle aree deputate alle risposte emotive al dolore (cingolato e corteccia prefontale), ma non c’è stata attivazione nelle aree che elaborano i segnali sensoriali (insula e corteccia somatosensoriale).
Questi esperimenti forniscono prove convincenti che un numero ridotto di persone “sane” sono in grado di provare, quando vedono immagini dolorose, non solo l’esperienza emotiva del dolore, ma anche lo stato sensoriale ad esso associato. é interessante notare che non è stata trovata alcuna relazione significativa tra l’intensità di dolore riferito e l’empatia o i sentimenti di disgusto. Quindi, anche se la maggior parte di noi condivide facilmente il punto di vista emotivo di una persona che prova dolore non è comunque in grado, a esclusione di pochi, di condividere anche l’esperienza sensoriale.
Non è chiaro perchè queste persone provano dolore fisico se esposte a immagini dolorose; l’unica ipotesi può essere legata all’empatia, infatti questi soggetti hanno riferito più alti livelli di empatia, suggerendo che i più alti livelli di attivazione emotiva provochino una reazione secondaria nelle aree somatosensoriali. Al contrario però, questa reazione alle immagini dolorose, poterebbe essere dovuta ad una forte reazione somatica che attiva una risposta emotiva secondaria.
Osborn e Derbyshire stanno ora indagando se coloro che provano dolore in queste situazioni siano in grado di comprendere meglio il punto di vista altrui e se siano più facilmente suggestionabili. A prescindere dai meccanismi neurali sottostanti e dalle differenze individuali, queste conoscenze, possono fornire dat importanti sui meccanismi di dolore funzionale. potrebbero inoltre aiutare a migliorare la comprensione di condizioni quali il dolore cronico e la fibromialgia, in cui spesso non sono individuate cause chiare del dolore fisico provato.
Bibliografia
- Fonte: Neurophilosophy













